Poesia e tecniche di auto-aiuto

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In qualche modo lo sospettavo da sempre, ma vuoi mettere un attestato universitario a sostegno di una semplice teoria?
Semplice? Mica tanto.
Ci sono dottrine che nessuno professa, e che tutti applichiamo ininterrottamente.
Leggere dei poeti, sostiene uno studio dell’Università di Liverpool, può produrre più benefici di tanti libri e terapie di Auto-Aiuto. O di “Mindfulness” (qualunque cosa voglia dire).

Scienziati, psicologi ed esperti in Letteratura hanno monitorato la attività cerebrale di 30 volontari alle prese con la lettura, in un primo momento, di testi poetici e, successivamente, degli stessi testi tradotti in un linguaggio “colloquiale”.

I risultati, anticipati dal Daily Telegraph, dimostrano che il cervello soffre (gode) di una sorta di eccitazione estraordinaria quando incontra strutture semantiche complesse; quei meccanismi non abituali della comunicazione; quel dover andare a cercare significanti tra i meandri di un linguaggio che credeva di conoscere come le sue mani. Questo stimolo genera endorfine a non finire, oltre a una serie di cambiamenti che riescono, se siamo capaci di abbandonarci a un piacere (solitario o meno), a farci girovagare tra spazi mai conosciuti prima, a porci delle domande nuove di zecca, o a fregarcene di quelle che ci attraversano di solito la strada.

Il panteista irlandese (questo mi è stato presentato da Borges) Escoto Erigena disse che le sacre scritture (io credo qualsiasi libro di un qualsiasi poeta degno di chiamarsi tale) nascondono un numero infinito di sensi, e le paragonò al piumaggio multicolore del pavone.
In quella coda, in quel numero non-finito di percezioni, potremmo passare la vita, senza mai trovare il tempo di annoiarci.

Nel “silenzio verde” del Carducci.
Nel “Andavano scuri nell’ombra della notte solitaria”, di Virgilio.
La sua “avara luce”.
La “luna militare” di Quevedo.
La “Sera d’oro fuso” di Lorca o “La tigre di tenerezza”, di Cansinos Aséns
Erroneamente supponiamo che il linguaggio corrisponda alla realtà, a “quella cosa così misteriosa che chiamiamo realtà”, sostiene (sempre) Borges.

In verità il linguaggio è un’altra cosa.
Lo dicono anche quelli di Liverpool.
Cos’è? Ecco la sfida.

Per quanto mi riguarda, il miglior modo di dialogare con me stesso, e scoprire che in fin dei conti non sono così noioso.
Il discutere, e alle volte persino arrivare alle mani, con Emerson (a cui ho appena chiuso un libro in faccia), con Emily Dickinson, con Juan Gelman, con Benedetti, con Walt Whitman, con Dylan Thomas, con Cortàzar, con Liber Falco, con Roque Dalton…
Gente che ogni tanto tiro giù dal loro letto verticale, a seconda dell’acciacco di giornata.
La mia farmacia, fatta di parole, ogni volta nuove.

In latino “inventare” e “scoprire” sono sinonimi.
Lo diceva Platone, molto prima di quelli di Liverpool: Inventare non è altro che ricordare.
Poi Bacon, un giorno, avrebbe aggiunto: “se imparare vuol dire ricordare, ignorare vuol dire saper dimenticare”.

Per tornare a Liverpool, questi stimoli del cervello, costretto a una azione non dozzinale, pare si mantengano attivi per molto tempo, potenziando la nostra capacità di indagine e di comprensione di un mondo non del tutto finito e diagnosticato.
Funziona meglio di tante tecniche di “auto-aiuto”, sostengono, visto che agisce sulla famigerata Parte destra del cervello, lì dove stocchiamo i ricordi autobiografici. Aiuta a riflettere su di loro, a guardarli (a guardarci) da un’altra perspettiva.

Secondo me, il miglior viaggio che possiamo augurarci per la vita che sta per cominciare.

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