n

 

Avevamo fatto i primi tuffi in mare, quel 30 novembre del 1980. Montevideo appariva bardata a festa, nel pigro ondeggiare di bandiere e di stendardi. Un cielo di cartapesta. Un galà al quale noi, cittadini, non eravamo stati invitati.

Nel pieno di una brutale dittatura civico-militare che durava ormai da diversi anni, i gerarchi avevano indetto un referendum popolare che, secondo i loro piani, avrebbe cambiato una Costituzione nella quale non si riconoscevano e conferito valore democratico a un governo imposto con la forza.

L’eterno quesito, Sì o No, tornava a replicare. Ma le condizioni dello scontro, come spesso accade, non erano le stesse.
Sebbene non ci furono disposizioni ufficiali, la propaganda del No venne bandita. Nessun mezzo di comunicazione si permise di promuovere le ragioni di un’opposizione costretta a muoversi nell’ombra, rischiando la pelle ad ogni passo.

Avevo poco più di vent’anni, allora. Abitavo in una pensione per studenti che chiamavamo “La Manuela”, per motivi che ora non mi vengono in mente, e che facevano infuriare la proprietaria.
Avevamo tutti vent’anni, in quel novembre del 1980. Un’energia che nulla avrebbe potuto contenere, una speranza sorretta dal nulla, che portavamo a fior di pelle, con orgoglio, che ci faceva riconoscere da lontano.

Finivamo spesso nei commissariati, non di rado in caserma. Ne prendevamo di tutti i colori, qualche volta le abbiamo restituite.
Ma nulla ci avrebbe impedito di sperare, di continuare a combattere, di credere in quei “muscoli segreti della società civile”, al dire di Eduardo Galeano, ormai in esilio; quella forza che sentivamo inesauribile, quella caparbia necessità di credere in noi stessi.

La propaganda ufficiale parlava di cambiamento epocale, di progresso, di pacificazione. Le caste dominanti, quelle che avevano applaudito l’entrata in scena dei militari, si spellavano le mani. L’ambasciata americana, e altri suoi satelliti, non avevano avuto dubbi al momento di schierarsi.
Quelli che votavano No erano i “vendepatria”, i risentiti, i nemici del progresso; un’accozzaglia variopinta conformata dai reduci di un risentimento secolare.

“Il momento è drammatico” – proclamava un gerarca militare, noto torturatore – “il più drammatico della storia. O vince il Sì, che vuol dire progresso, pace e sicurezza, oppure vince il No, e con lui il caos.”

Al bombardamento della propaganda del regime, cercavamo di rispondere col passaparola, le volantinate clandestine, le scritte sui muri che venivano cancellate e ridipinte la notte successiva. A Montevideo i muri parlano (qualche volta persino cantano).
Non potevamo contarci. Sentivamo intorno a noi dei respiri che somigliavano al nostro, ma la paura era una brutta bestia, a molti faceva venire i brividi.

Qualche sera ci siamo sentiti rincuorati. Per uno di quei miracoli della comunicazione che nessuno è mai riuscito a spiegarsi, la voce si spargeva. “Alle otto di sera di mercoledì spegnare le luci e battere le pentole”. E mercoledì, alle otto di sera, Montevideo se ne andava in punta di piedi. Cominciava il battito delle cacerolas, che piano piano diventava assordante. Durava un lampo. Il tempo di fare uscire i militari e i poliziotti per strada, con le sirene spianate, a combattere con i propri fantasmi.

Ma si lottava anche all’interno delle carceri.

In quei giorni, i prigionieri politici del regime, devastati da un decennio di prigionia nelle peggiori condizioni possibili, dichiararono lo sciopero delle fame. Quell’atto di coraggio, quella notizia che arrivò, com’erano arrivate tutte quante in quel mondo al rovescio, sottovoce, appena mormorata all’orecchio, fu una ventata di speranza.

Erano state stampate due schede, in occasione del referendum. Una di colore celeste, il colore della maglia della nostra nazionale, per il Sì, e una gialla per il No.

Per sorpresa del mondo intero, quel giorno l’Uruguay si riempì di sole. Il No vinse col 60% dei voti. I militari rimisero lo champagne in frigo e cominciarono lentamente a cercare di lavarsi le mani, di levarsi, alla chetichella, le divise. Quel voto significava la loro fine.

Qualche tempo dopo tornò la democrazia nel mio piccolo paese. Conquistata, a caro prezzo. Da persone che la pensavano in modo diverso, ciascuno il suo, ma che non avevano avuto dubbi quando si era trattato di scegliere tra la libertà e il regime.

Quel No aveva fatto il miracolo.

Le strade si riempirono, piano piano, di abbracci. Uscirono dalle loro bare di cemento i prigionieri politici.
Un giorno, uno di loro sarebbe diventato Presidente della Repubblica.
Uno dei più amati.

Ma, come direbbe Kipling, quella è un’altra storia.
O No?

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: