Lettera a un fratello

 

anton

Che ciascuno abbia il suo proprio concetto di cultura è proprio alla base della cultura; un ingrediente irrinunciabile, il suo fattore umano, che nel caos sintetizza e ricollega.

Cosa vuol dire Essere colti? Se lo sono chiesti in tanti, in tutte le epoche, in quasi tutte le latitudini.
Nella società in cui mi è toccato vivere gli anni della mia adolescenza, per un certo periodo, quella domanda rappresentava la chiave di un riscatto sociale, il tuo ingresso nel mondo degli uomini liberi, la condizione sine qua non per una convivenza civile che non si accontentava di un semplice deambulare per la vita.

Poi arrivò la dittatura, e quel segno distintivo diventò un marchio di infamia che cercavamo di nascondere sotto la manica del cappotto; il percorso più spedito per finire i tuoi giorni in galera, all’obitorio o nell’esilio.

A quei tempi imparai, a mie spese, che una delle tante dannazioni della cultura, è l’imperversare delle domande. Che non trovano mai risposte, quanto meno esaurienti, ammesso che ci fossero.

Essere colti è amare la bellezza, mi disse qualcuno un giorno. A quei tempi, e per un momento, il prurito si placò.
Sì, ma non dovremmo essere anche conseguenti con quella bellezza? Leggere uno o dieci romanzi che ci scuotono fino all’indignazione o alle lacrime non dovrebbe tradursi in azione, tracciare la cifra del nostro incedere quotidiano?
Sentire il cuore che si strugge davanti a un brano di Haydn e passare davanti alle miserie del mondo come se non fossimo più capaci di sentirle, di odorarle, di farle nostre… amare la bellezza ma non fare nulla per la sua esistenza e permanenza in questo mondo, è essere colti?

Bellezza più pietà, diceva Nabokov. Questo è l’arte. Dove c’è bellezza ci deve essere la pietà, per la semplice ragione che la bellezza è condannata a morte”.

Anton Cechov ci provò una volta a stilare una lista, da mandare a suo fratello. Le qualità che secondo lui distinguono una persona colta – veramente colta – da un consumatore seriale di cultura a buon mercato.
Appaiono in una lettera scritta a Nikolai, che cercava di farsi strada come pittore ma si lagnava del fatto che nessuno capiva la sua opera.
Faceva freddo a Mosca, quell’inverno del 1886. Anton aveva 26 anni. Suo fratello due in più.

“La gente ti capisce perfettamente”, gli scriveva. “Se tu non capisci te stesso, non è colpa sua”.
Le persone colte non si lagnano, proseguiva
– Rispettano le opinioni altrui e, di conseguenza, sono gentili, educate e ben disposte.
– Provano simpatia non soltanto per i mendicanti e i gatti, ma il loro cuore si strugge per quello che non vedono, ma riescono a sentire come sofferenza intorno a loro.
– Pagano i loro debiti, non soltanto quelli materiali.
– Sono sincere. Non mentono nemmeno nelle piccole cose. Dire una bugia vuol dire mancare di rispetto a chi ti sta ascoltando, metterlo in una posizione subalterna alla tua.
– Non si vantano. Rispettano le orecchie altrui, e tacciono più frequentemente di quanto parlano.
– Non si esercitano nella autocommiserazione. Non girano per il mondo urlando “sono un incompreso”, “un derelitto”, in modo di suscitare compassione; tutto quanto è volgare, rancido, fasullo…
– Non coltivano delle vanità superflue. Non si fanno in quattro per stringere la mano di quello o di quell’altro, a loro modo di vedere così importanti, per far vedere agli altri quanto sono vicini alla celebrità. La gente che possiede un vero talento, la gente veramente colta, preferisce di solito l’ombra dei vicoli piuttosto che la folla dei vialoni. Come disse Krilov, l’eco di un barile vuoto è più sonoro di quello di uno pieno.
– Se capiscono di possedere un talento, lo rispettano. Sacrificano a lui il riposo, i piaceri, la vanità… Sentono che quel talento presuppone – sopratutte le cose – una responsabilità.

E così via. Così sono le persone colte, le persone di talento. Per essere colto e non rimanere indietro non è sufficiente sapersi a memoria Le carte del Club Pickwick o il monologo di Fausto […]. Hai bisogno di lavorare giorno e notte, di leggere, di studiare, di mettere la tua volontà al servizio di quello per cui sei nato… Poi riposati e torna a leggere… Forse Turgenev, che potrà insegnarti un paio di altre cose…

Devi disfarti della tua vanità, non sei più un bambino… tra poco compirai trent’anni.
E’ ora il tempo!
Ti aspettiamo… tutti noi siamo in attesa.

In questo stiamo.

 

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