Haiti

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Ad Haiti sono morte più di mille persone. E’ successo pochi giorni fa. Quasi nessuno si è reso conto.
Di Haiti non ce ne può fregar di meno. Nemmeno sappiamo dove stia, che lingua si parli, che razza di religione si professi, quale sia la sua storia.
Eppure la storia di Haiti dovrebbe essere studiata in tutte le scuole del pianeta, non appena si arriva alla parola Libertà.

Perché è stato Haiti, laggiù, nel sud del mondo, il primo paese ad abolire un’aberrazione chiamata schiavitù. Tre anni prima degli inglesi, che riempirono enciclopedie e siti internet proclamando la loro primogenitura.

Come si può pensare che Haiti sia primo in qualcosa?

Disprezzato da tutti i governi del mondo conosciuto, quel peccato originale di libertà incondizionata non gli fu mai perdonato.

Per Thomas Jefferson, insigne figura della democrazia “americana”, e proprietario di migliaia di schiavi, Haiti era sinonimo di cattivo esempio; avvertiva che “bisognava confinare la peste in quella maledetta isola.”

Nel Brasile negriero si chiamò Haitianismo il disordine e la violenza.
E molti paesi sviluppati del vecchio mondo conclusero che quella vocazione di indipendenza derivasse da un’eredità selvaggia proveniente dall’Africa. Bisognava tarpare quelle ali. Debellare il morbo.

Da allora, quando si vuole spaventare un bambino, ad Haiti, si dice che sta arrivando l’uomo bianco.

Nel 1804 si ribellarono alle truppe di Napoleone Bonaparte, inviate a restaurare la schiavitù. Vinsero e si proclamarono nazione.
La Francia passò il conto. Quella umiliazione doveva essere pagata a caro prezzo.
Haiti doveva pagare la colpa di volere essere libero. Ci mise cent’anni a spegnere il mutuo. Quando versò l’ultimo franco, apparteneva ormai alle banche degli Stati Uniti.

Nel 1915 i Marines sbarcarono nell’isola. Arrivarono con le valigie, come chi vuole restare a lungo. Infatti, non se ne andarono mai più.
Nel giro di pochi giorni la Banca Nazionale passò ad essere una succursale della Citibank di New York.

Ci fu qualche conato di resistenza, ma i ragazzi del nord sanno come estinguere un incendio. Il capo insorgente Charlemagne Péralte fu inchiodato sulla porta della sua casa. Una volta scardinata, quella porta fu esibita sulla piazza pubblica, a futura memoria.

Tra un regime e l’altro, col timone ben saldo tra le mani della “più grande democrazia del mondo” che dopo lo schiaffo di Cuba dorme con un occhio solo, diventò forse il paese più povero di quel mondo.

I contadini divennero mendicanti o contrabbandieri. Alcuni s’improvvisarono “balseros”, cioè traghettatori di umanità verso il miracolo di un mondo che da quella sponda appare scintillante.
Il riso che produce lo comperano gli Stati Uniti. Son sempre loro che stabiliscono i prezzi e le modalità di consegna.

Quel poco che resta cerca di riempire la fame di una popolazione ormai allo stremo.

Pochi giorni fa è arrivato Matthew. Un uragano dalla forza di diversi ordigni nucleari che, come capita con gli ordigni nucleari, non colpiscono mai chi li produce.
Nella produzione di gas inquinanti che provocano l’innalzamento della temperatura delle acque – all’origine dei queste catastrofi per niente “naturali”, Haiti viene, per forza di cose, unanimemente scagionata. Il suo indice di inquinamento del pianeta è tra i più bassi che si possano registrare.

Eppure è lì, ancora una volta a terra.
Qualcosa come mille morti, si dice (noi non ne abbiamo visto neanche uno), e subito dopo è arrivato anche il colera; mancano viveri, medicinali, acqua potabile, coperte…

“Morti ad Haiti…”, intitolava un quotidiano nazionale qualche giorno fa “…ma la Florida tira un sospiro di sollievo… “

Di Haiti non ce ne può fregar di meno. A proposito, dove resta?, che lingua si parla?, che razza di religione professano da quelle parti?, da quale storia vengono…?

La storia del mondo, pressappoco.

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