Intervista (possibile ma improbabile) con Roberto Bolaño

 

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– Ha mai scritto, scriverà mai un’autobiografia?

– Ma neanche… ¡ Le uniche autobiografie interessanti sono quelle dei grandi poliziotti o dei grandi assassini, perché in qualche modo spaccano quel cliché deprimente e reale secondo il quale il destino degli esseri umani è respirare fino a quando un giorno smettono di farlo.

– La amareggiano le critiche?

– Ogni volta che leggo che qualcuno parla male di me mi metto a piangere, mi butto per terra, mi graffio, smetto di scrivere per un tempo indefinito, no mangio, fumo meno, faccio dello sport, esco a camminare sulla riva del mare che, tra parentesi, è a meno di trenta metri da casa mia, e chiedo ai gabbiani, i cui antenati si sono mangiati i pesci che si sono mangiati Ulisse, perché io, perché io, che male vi ho fatto?

– Cos’è per lei l’esilio?

– Non mi sono mai sentito esiliato. Straniero sì. In qualsiasi parte, a cominciare dal Chile. Siccome sono stato un bambino pedante, già da piccolo mi sentivo straniero.

– Che rapporto ha con lo sport?

– Beh,  per me lo sport si riduce al calcio. La mia esperienza come calciatore non fu mai del tutto capita dagli spettatori, e nemmeno dai miei compagni di squadra. Ho ritenuto sempre più interessante segnare un autogol che un gol. Un gol, tranne se uno si chiama Pelé, è un atto eminentemente volgare e scortese verso il portiere avversario, un tizio che tu non conosci e che non ti ha fatto nulla, mentre un autogol è un gesto di indipendenza.

– I libri che salverebbe da un incendio (dovendo scegliere).

– Don Chisciotte, di Cervantes. Moby Dick, di Melville. L’opera completa di Borges. Rayuela, di Cortàzar. Una banda di idioti, di Kennedy Toole.  Nadja, de Breton. Le lettere di  Jacques Vaché. Tutto Ubú, de Jarry. La vita, istruzioni per l’uso, di Perec. Il castello e Il processo, di Kafka. Gli aforismi di Lichtenberg. Il Tractatus di Wittgenstein. L’invenzione di  Morel, de Bioy Casares. Il Satiricon, di Petronio. La Storia di  Roma, de Tito Livio. I Pensieri di  Pascal.

– Cos’è per lei il Paradiso (ammesso che sia qualcosa)?

– Il paradiso… è come una sorta di Venezia, spero, un luogo pieno di italiani e di italiane. Un posto che si usa e si consuma e che sa che nulla perdura, nemmeno il paradiso, e che di questo, in  fin dei conti,  non gliene frega proprio niente.

– A quali riconoscimenti aspira?

– Riconoscimenti? Non me ne frega un fico secco. Il narratore  più grande di questo secolo che sta per finire (finalmente!) si chiamava Franz Kafka e non è stato riconosciuto neanche nella sua propria casa, così che figuratevi  se mi preoccupa una cazzata del genere.

– Il rimorso più pressante?

– I rimorsi…  Sono tanti e vanno a letto con me e si alzano con me e scrivono con me.  Perché i miei rimorsi sanno scrivere.

– Che cos’è uno scrittore di successo?

– Non credo nel successo. Nessuno con due dita di fronte può crederci. Credo nel tempo. Il tempo è qualcosa di tangibile, anche se non si sa se reale o meno, ma il successo no. Nel campo dei trionfatori uno può ritrovare gli esseri più spregevoli, più stupidi della terra. Fin lì io non sono mai arrivato e dubito di avere lo stomaco di arrivarci.

 

 

 

 

 

 

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