Chi ha scritto il diario di Anna?

Anna Frank diario

Il Diario di Anna Frank (nel caso qualcuno, proveniente da Marte, stesse leggendo queste righe), racconta la straziante storia di Annelies Marie Frank, una adolescente ebrea nascostasi, insieme alla sua famiglia, in un sottotetto di una casa ormai famosa, Prinsengracht 263, nel tentativo di scampare allo sterminio nazista, durante l’occupazione di Amsterdam.

Ma il 4 agosto 1944 vengono scoperti, arrestati e condotti al campo di Westerbork, in Olanda, per essere trasferiti, successivamente, el 2 Settembre, a quello di Auschwitz-Birkenau y a dicembre a Bergen-Belsen, dove Anna sarebbe morta, due anni più tardi, vittima di un’epidemia di tifo.

Il Diario… è anche –per alcuni, soprattutto – uno dei più grandi successi editoriali di tutte le epoche, da Gutenberg in qua.

Dal 1952, anno in cui fu pubblicato per la prima volta, a Parigi, sono state stampate più di cinquanta edizioni in quasi tutte le lingue della creazione, contabilizzando qualcosa come 25 milioni di copie vendute.
Le controversie intorno all’autenticità di questo libro, o sull’identità del suo vero autore , sono state, negli anni, infinite.
Così, per tagliare la testa al toro, le autorità tedesche lo imposero come lettura obbligatoria nelle scuole e stabilirono delle pene severe (il ritiro della “Venia docendi”) contro gli insegnanti che osassero manifestare dei dubbi. Ne sa qualcosa il professore Stielau, di Amburgo, che venne privato della sua cattedra, nel 1957, e non riammesso in nessun altro istituto, reo di aver messo in questione alcuni aspetti legati a questo testo.

Sulle polemiche intorno a lui c’è una letteratura quasi tanto vasta quanto quella che lo incensa senza indugi.
Dai dubbi che una ragazzina di dodici anni, nascosta in un sottotetto, potesse avere una conoscenza così approfondita della legislazione e delle misure antisemite dei nazisti, al punto di fornire date, numeri di decreti e nomi propri; oppure di essere in grado di stendere un saggio filosofico come quello che si trova nella seconda pagina, sulle ragioni ontologiche che spingono alla scrittura.

Secondo il “New York Times” del 2 ottobre 1955, il diario originale constava di non più di 150 frasi, dalle quali si ricavano “cronologicamente le sensazioni e le impressioni di un’adolescente (“la mamma alle volte mi tratta come una bambina, non riesco a sopportarla”), e , “pochissime che potrebbero considerarsi appartenenti a quella categoria, o a quel linguaggio”.

Un’altra questione (per alcuni di lana caprina) la pone il mezzo di cui la ragazza si è servita per scrivere.
Dopo un lungo analisi, il ricercatore britannico David Irving, e uno stuolo di esperti chiamati a studiare il caso – e successivamente il dipartimento di intelligenza della polizia criminale tedesca, per conto del Tribunale di Hamburgo – conclusero che il manoscritto originale ( 1941- 1944) era stato, in gran parte, steso con una penna a sfera. Una di quelle che oggi troviamo in qualsiasi cartoleria o supermercato.

Soltanto che la penna a sfera, brevettata da Laszlo Biro, nel 1938, non fu messa in commercio in Europa prima della fine degli anni ’40, motivo per il quale risulta poco credibile che la ragazza potesse averne una. Lo scrisse il “New York Post”, il 9 ottobre 1980, ma in pochi gli diedero retta.

Si parlò poi di diversi ghost writters, di manipolazioni, di riscritture successive e ad effetto. Del fatto che il vero autore fosse non la ragazza, ma suo padre, che di quel libro trasse sostanza a non finire.
Dell’intero campionario di sospetti se ne trova ampia bibliografia, alla portata di tutte le teste.

Quello però che non riuscì mai a scardinare il dubbio, lo fecero – come spesso succede – i quattrini.

Nel 2016, secondo le leggi europee del diritto d’autore (70 anni dopo la sua morte) il libro (Anna Frank è morta nel 1945) doveva diventare parte del patrimonio culturale dell’umanità. Cioè, non si dovevano più pagare diritti per pubblicarlo, metterlo in scena, leggerlo in pubblico o farne un film.
Ma la fondazione svizzera che gestisce il patrimonio non è disposta a mollare l’osso.
Lo escamotage trovato consiste nel nominare Otto Frank, co-autore del diario.
Cioè rendendo giustizia a tutti quei dubbi che per anni erano stati liquidati come “negazionisti”, per i quali in molti hanno pagato col discredito o l’ostracismo.
Siccome Otto Frank è morto nel 1980, la sua co-autoria porta alla fondazione di Basilea qualcosa come altri 33 anni di sfruttamenti dei diritti, che scadranno così nel 2050.
Quasi cent’ anni dopo la sua prima pubblicazione.

“…quando si occupano di me in questo modo, divento prima impertinente, poi triste e infine rovescio un’altra volta il mio cuore, volgendo in fuori il mio lato cattivo, in dentro il lato buono, e cerco un mezzo per diventare come vorrei essere e come potrei essere se… se non ci fossero altri uomini al mondo.”
Così finisce il diario.

Dal prossimo anno in libreria (forse) col nome: Il diario di Anna e Otto Frank.

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