Berta Càceres

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Si chiamava Berta Càceres, dell’etnia Lenca, uno dei popoli che compongono, da sempre, la geografia umana di un continente chiamato America.

“Nella nostra cosmovisione”, diceva, “siamo esseri sorti dalla terra, l’acqua e il mais. Siamo i custodi ancestrali dei fiumi”.

Per più di vent’anni si batté, instancabilmente, per i diritti del suo popolo. Per la dignità della donna, per la giustizia sociale, per un uso sostenibile dei ricorsi naturali.

Nel 2015 le venne conferito il Premio Ambiental Goldman para el Sur y Centroamérica, per il suo contributo nella lotta contro la costruzione di una diga idroelettrica che minacciava la terra e la sopravvivenza di centinaia di famiglie indigene.
L’impresa cinese, che aveva ricevuto l’appalto dal governo honduregno si ritirò, davanti la caparbia resistenza di un popolo guidato da questa donna minuta, eternamente sorridente.

La sua lotta si incentrava nella difesa dei fiumi, dei territori e della cultura, della dignità e della sovranità di un paese da decenni saccheggiato dalle multinazionali e da un governo dittatoriale, connivente con i rapinatori.

Nel 2013 s’era battuta contro un’iniziativa del governo degli Stati Uniti, che progettava di costruire, in Honduras, la base militare più grande di America Latina. “Un progetto di dominazione e di colonizzazione, col proposito di saccheggiare i ricorsi naturali e i beni comuni della natura nella nazione centroamericana”, lo definì Berta.
E proseguì denunciando che la base avrebbe rappresentato una minaccia per i paesi di tutta l’area, quel cortile interno al quale gli States sembrano no voler rinunciare.

“Stati Uniti ha sempre usato l’Honduras come una piattaforma per invadere dei paesi fratelli, come successe negli anni ’80 contro il Nicaragua. Questa volta potrebbe toccare al Venezuela”

Nel 2012 ricevette in Germania il premio Shalom, conferito ogni anno a delle persone che mettono a repentaglio la propria vita, lottando per la giustizia sociale e la pace nel mondo.

Nel frattempo, in patria, gli assassini si guardavano intorno, e progettavano la sua cancellazione.

“Mi pedinano. Ricevo minacce di morte in continuazione. E quel che è ancora peggio, minacciano di morte la mia famiglia”, aveva dichiarato non appena tornata a casa.

Quella piccola donna – la sua faccia rotonda, quegli occhi che imponevano una forma antica di rispetto, il suo sorriso franco e imperituro – stavano dando una lezione di dignità a un intero popolo, e soprattutto ai suoi sfruttatori che, sconfitti, avevano deciso di annientarla.

In una delle ultime battaglie, per la difesa del fiume Gualcarque, a Santa Bárbara (Nordest del paese), Berta aveva urlato, sussurrando, come per farsi sentire da tutti quanti: “Risvegliati, Umanità, non c’è più tempo! Le nostre coscienze saranno scosse per sempre dal fatto di essere rimasti qui, con le mani in mano, testimoni passivi della nostra auto-distruzione, un annientamento che dura da secoli, perpetrato dall’avidità capitalista, razzista e patriarcale”.

Nella notte tra mercoledì e giovedì (proprio ieri) Berta Càceres è stata assassinata. Uno scarno comunicato ufficiale informa che intorno all’1 di notte, ora locale (le 7 del mattino, per noi), degli sconosciuti hanno forzato la porta della casa dove abitava, e l’hanno crivellata di pallottole, a distanza ravvicinata.

E’ storia nostra. Recente. Quella di una donna davanti alla quale continuerò a togliermi (simbolicamente) il cappello. Della dignità umana, che non cessa di nascere e di perire, caparbiamente.
La storia delle donne, che continuano a rendere vivibile il mondo in cui viviamo.

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