Alejandra e Julio

JULIO Y ALEJANDRA
Agli inizi degli anni ’60 abitavano entrambi a Parigi. Provenivano da quelle sponde del Rio de la Plata che partorivano  nostalgie e sogni di distanza a ritmo continuo, con la stessa intensità.
Entrambi scrittori, poeti, sognatori…
Alejandra Pizarnik e Julio Cortàzar erano destinarsi a trovarsi. Forse anche ad incontrarsi. Chi lo sa.
Pacato lui, distante, quasi irraggiungibile. Lei dolente, colpita a morte, quasi dalla nascita.

“Tra altre cose scrivo, scriveva, affinché non succeda quel che temo… (…) Scrivere una poesia è come riparare la ferita fondamentale, lo strappo. Perché tutti siamo feriti.”

E parlando di Julio:

“Non mancare di andare a trovare Julio, non mancare di dirgli che per piangere per colpa sua sono riuscita a respirare come la regina dei respiranti, non mancare di dirgli che il solo fatto che lui esista in questo mondo, è una valida ragione per non buttarsi dalla finestra…”
Nel 1971, Alejandra, tornata in Argentina, viene salvata in extremis da un tentativo di suicidio. Resta diversi giorni in ospedale. Da lì comunica la notizia a Julio.

Buenos Aires, luglio 1971
“Julio, sono arrivata così in fondo! Ma non c’è un fondo. Julio, credo di non tollerare più quelle cagne delle parole. La pazzia, la morte. Nadja non scrive. Don Chisciotte nemmeno. Julio. Odio Artaud (non è vero), perché vorrei non capire così sospettosamente bene le sue possibilità nell’impossibilità.
Ho esagerato, suppongo. E ho perso, vecchio amico della tua vecchia Alejandra, che ha paura di tutto tranne (ora! Oh, Julio!) della pazzia e della morte. Sono da due mesi all’ospedale. Troppi eccessi e poi un tentativo di suicidio – non riuscito. Julio, sono caduta in basso. Ma non c’è un fondo.

Ps. In ospedale imparo a convivere con gli ultimi derelitti. La mia migliore amica è una domestica di 18 anni che ha ucciso suo figlio. “ Alejandra.

París, 9 settembre 1971
“Amica mia, la tua lettera di luglio mi arriva a settembre, spero che nel frattempo tu stia meglio e già di ritorno a casa. Abbiamo condiviso un periodo in ospedale, anche se per motivi diversi; il mio, piuttosto banale, un incidente di macchina che per poco non.
Ma te, te, ti rendi conto di quello che mi scrivi? Sì, certo che ti rendi conto, e tuttavia io non ti accetto così, non ti voglio così, io ti voglio viva, asina! E cerca di capire che ti sto parlando dal linguaggio stesso dell’affetto e la fiducia – e tutto questo, cazzo, sta dalle parti della vita, non della morte. Voglio un’altra lettera tua, presto, una tua lettera. Quel altrove, è sempre te, lo so, ma non è tutto e inoltre non è il meglio di te. Uscire da quella porta nel tuo caso è qualcosa di finto, lo sento come se si trattasse di me stesso. Il potere poetico è tuo, lo sai, lo sappiamo tutti quelli che ti leggiamo; non viviamo più nei tempi in cui quel potere era l’antagonista nel gioco della vita, e questa, il carnefice del poeta. I carnefici, oggi, preferiscono uccidere altro, non poeti, non ci rimane nemmeno quel privilegio imperiale, piccola mia. Da te mi aspetto, non umiltà, non arrendevolezza, ma legame con questo fato che coinvolge tutti quanti, chiamalo luce o Cesar Vallejo o cinema giapponese: un battito sulla terra, allegro oppure triste, ma non un silenzio di rinuncia volontaria. Ti accetto soltanto viva, ti voglio solo Alejandra.
Scrivimi, cazzo, e scusami il tono, ma non sai quanta voglia ho di abbassarti le mutandine (rosa o verdi?) e di darti una sculacciata, una di quelle che dicono Ti voglio bene ad ogni sberla.” Julio.

Qualche giorno più tardi, il 25 settembre, quel predetto destino, assecondato da una dose massiccia di Veronal prende il sopravvento. Aveva 36 anni, Alejandra, due occhi spalancati e una piccola vita passata inosservata ai tanti distratti di ogni generazione.

“Un giorno i libri diranno che sei stata una delle più grandi poetesse del secolo. A che serve ora, che sei morta dalle cinque della sera del 25 settembre, morta perché il mondo era troppo piccolo per ospitare tuo corpo assettato di luce, di lucido silenzio, piccolo per i tuoi chiari occhi affamati di assoluto. L’unica cosa che mi resta è ricordare, sperando che tu sia arrivata a quella sponda smisurata con la quale sognasti nella tua tremenda insonnia, quest’intima, bellissima, tua preghiera: nessuno può salvarmi, giacché sono invisibile persino a me stessa che mi chiamo con la tua voce. Dove sono? In un giardino. Esiste un giardino.”

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