Il nostro quotidiano Teatro della Crudeltà

peter

Nel 1969, Peter Brook mise in scena uno spettacolo che sollevò un polverone epocale, grida di indignazione da parte di un pubblico che era andato sì a cercare emozioni forti, ma non al grado di rovinargli l’appetito.
Si parlava del Vietnam. Per tutto il tempo si videro le scene devastanti dell’apocalisse made in Usa. Dei cadaveri bruciati, interi paesi massacrati, i corpi dei bambini che fumavano ancora. Il pubblico assisteva senza particolari sussulti, quasi indifferente. E’ tutto così somigliante ai film! Va a capire cosa c’è di vero in tutto quanto…

In un certo momento uno degli attori si avvicinava al proscenio. Le sue parole risuonavano nitide in tutta la sala. I suoi occhi sembravano cercare lo sguardo di ciascuno di loro. E di trovarlo. Era impossibile sfuggire a quella presenza che improvvisamente s’era piazzata lì, e parlava di quella distruzione, di quell’orrore senza ritorno di cui erano stati spettatori.
Tutti lo ascoltavano come ipnotizzati. Ma soprattutto lo guardavano. Aveva, nella mano sinistra, una farfalla, presa dalle ali, che lottava per liberarsene. Improvvisamente, lui prese un accendino dalla tasca e le diede fuoco.
In quel momento, quel pubblico dozzinale che seguiva la scena senza particolare trasporto, sembrò prendere vita. Tutti si alzarono in piedi, indignati; volarono insulti, qualcuno si chinò piegato dalla nausea, altri cercarono di salire sul palco, di aggredire quei selvaggi che si permettevano di disturbare la lunga siesta pomeridiana della borghesia progressista, sui giornali si parlò della necessità di stabilire i limiti dell’arte…
Ma se la sarebbero ricordata a lungo, quella scena. Più di qualsiasi altra, tra quelle viste in precedenza.

Mi è tornata in mente in questi giorni, sentendo le anime pie che vengono disturbate dalle immagini dei bambini morti sulla spiaggia. Le stesse spiagge (lo stesso mare) dove fino a ieri giocavano i loro bambini. Che necessità c’è di vedere quei corpi?

Se lo chiedeva allora anche Peter Brook (se l’era chiesto spesso Antonin Artaud). “Crudeltà”- da cruor che in latino è “il sangue che cola dalle ferite” , diceva, comincia dalla sua propria rappresentazione, non la esorcizza in altro, credendo di allontanarla in immagine, ma la fa esistere per la prima e unica volta”.

Certo che ci tolgono il respiro, quelle foto. Mancherebbe altro. E l’appetito, e la voglia di consegnarci al quotidiano… E ci pongono domande, e ci lasciano in bocca un sapore che facciamo una fatica boia a mandare via.
Sarebbe grave il contrario. Il cercare di fare finta che non averle viste, per poter pensare che tutto sia nient’altro che una storia senza senso raccontata da un buffone, e che non vuol dire nulla.
Dopottutto, in fondo ai tanti stracci, siamo ancora esseri umani.

(P.S. IL giorno successivo la farfalla fu sostituita con una di cera. Ma l’effetto non fu lo stesso.)

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