Da dove viene la poesia? – J. L. Borges

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Io direi che proviene – ma lo dico perché sono fatalista – da tutta la storia universale che ci precede. Io non credo nel libero arbitrio, credo che ogni mio atto sia fatale, che il libero arbitrio sia un’illusione necessaria. Cioè, affinché io scriva la poesia è necessaria tutta la mia vita anteriore e tutta la storia dell’umanità e sono necessari dei paesi dimenticati, delle lingue perdute. Tutto quanto fluisce verso il presente ed è, certamente, l’unica cosa che possediamo, e quel presente si alimenta del passato, che possibilmente è infinito. Per quanto mi riguarda, so che tutto quello che ho scritto può apparire freddo, può essere considerato prescindibile ma l’ho scritto pressato dall’emozione, dalla necessità di farlo. (…)
Credo che se non c’è emozione non può esserci poesia. Non c’è nemmeno la necessità che la poesia ci sia. Di modo che io direi che uno scrive spinto dall’emozione, anzi, cercando di liberarsi da un’emozione, perché se un tema ti sta cercando, se quel tema insiste in cercarti, se non ti lascia in pace, finisce che lo scrivi per liberarti di lui o, come diceva Alfonso Reyes, per non passare la vita a correggere le bozze. Uno pubblica un libro per affrancarsi da lui, poi, il fatto che quel libro abbia o meno successo, che trovi o meno un lettore – cosa alquanto difficile – è estraneo allo scrittore. Lo scrittore deve guardare avanti. Credo sia un atteggiamento malato quello di pensare in termini di successo o di sconfitta. Kipling dice che entrambi sono degli impostori. Ma se uno sente la necessità di esprimersi artisticamente non ha altra possibilità che farlo, altrimenti diventa uno impostore e si scopre subito il simulacro. Credo che sedersi a scrivere un sonetto sia un errore, bisogna lasciare che il sonetto ci trovi, bisogna lasciare che i temi ci trovino.
Ora, da dove vengono questi temi?
I classici credevano nelle muse, gli ebrei nello Spirito Santo, il poeta William Butler Yeats credeva “nella grande memoria”, che sarebbe quella che ogni individuo eredita dai suoi genitori, dai suoi nonni, dai suoi bisnonni, cioè, una memoria virtualmente infinita. (…)
Mi chiesero una volta perché generalmente i poeti rispondono più allo stimolo del dolore che a quello dell’allegria?
Io credo sia vero, e lo sia perché la allegria è fine a sé stessa. Raggiungere la felicità è un punto di arrivo. La tristezza no. La tristezza dev’essere tramutata in altro. E’ quasi una questione statistica. Quanti poeti hanno cantato la felicità? Whitman si propose di farlo e in una poesia dice che sente su di lui tutta quanta la sofferenza della gente, tutta quanta la miseria, la sua angoscia, la sua sventura. E finisce per dire:
“Vedo queste cose e taccio”.

Jorge Luis Borges. ‘Diálogo sulla poesia’ – Mes de las letras – Conferenza, Buenos Aires – 1980
(Trad. di M. Fernàndez)

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