El hermano Quiroga

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Circa una vita fa, quando ero molto giovane e nulla mi avrebbe fatto supporre che sarei venuto a vivere da queste parti, per uno di quei casi che ci impegniamo a liquidare come fortuiti, mi capitò di prendere casa nella zona della Ciudad Vieja, a Montevideo.
Rimasi affascinato quando, qualche giorno più tardi, scoprii (ricordai) che in quella stessa via, 25 de Mayo, era vissuto Horacio Quiroga. Lì aveva installato il mitico Consistorio. Forse lì erano nati molti dei racconti che da sempre mi avevano trascinato con una forza irresistibile. Lì aveva cercato di portare avanti una vita da dandy che in verità non gli si addiceva. Lì aveva finito per uccidere accidentalmente un amico, una notte in cui quella cattiva stella che sembrava attaccata alla sua ombra, aveva deciso di brillare come non mai.

“Il destino non è cieco – le sue risoluzioni fatali ubbidiscono a un’armonia a noi ancora inaccessibile, a una felicità superiore nascosta nelle ombre”, scrisse un giorno, prima che un fato balordo, assistito da una dose abbondante di cianuro, lo portasse via per sempre, un giorno di gennaio del 1937.

“Chi ha il coraggio di uccidersi è Dio”, aveva scritto da qualche parte, forse dopo aver letto Dostoevskij. Ma Quiroga in Dio non ci credeva, o quantomeno, in lui credeva meno che nella morte, con la quale – per tutta la sua vita – intavolò un dialogo implacabile, seducente e affascinato, un reciproco gioco di corteggiamento che finì per conformare in modo magistrale la sua forma preferita di espressione, il racconto – d’amore, di pazzia e di morte – fatto a immagine e somiglianza del proprio genio.

Quando di anni ne aveva circa trenta, comprò un pezzo di terra a Iviraromì, Misiones, in piena foresta tropicale, confine di tre paesi vasti come altrettanti oceani: Argentina, Paraguay e Brasile. Lì dove il giorno cuoce la terra a 45 gradi all’ombra e la notte si ritrae in se stessa fino a far battere i denti dal freddo e dalla paura, trovò il suo habitat ideale. La foresta non ci mise molto a prenderselo tutto per sé, e presto diventò lo scenario ideale nel quale poter riversare storie e personaggi che soltanto da quelle parti avrebbero potuto nascere e crescere e partire alla ricerca del proprio destino.
In quel posto dell’universo quasi allo stato della creazione, lo scrittore dovette venire a patti con l’uomo, che si diede a disboscare senza tregua, a costruire canoe, a riparare tetti martoriati da acquazzoni tanto implacabili quanto imprevedibili, a estrarre dalle piante colori per tingere la lana con la quale confezionava maglie e calzini, a scavare pozzi, a fabbricare scarpe, a cucire vestiti, a congegnare attrezzi da pesca, a produrre veleno contro le formiche, creta per modellare piatti e bicchieri, protezione contro i “piques” e le zanzare, ad addomesticare “coatì” e a chiacchierare con Anaconda, l’enorme boa che ospitava in giardino e che sarebbe diventata protagonista di alcune delle sue più belle “Storie della foresta” .

Sette ore per i lavori nel bosco, sette per quelli di casa, sette per scrivere. Nelle tre restanti, immagino prevedesse il riposo. Questa era la sua tabella di marcia.
Quando arrivava la sera, gli indiani locali, i braccianti e i contadini assistevano a una metamorfosi che non smetteva di sconcertarli, indecisi tra lo stupore, il rispetto e la derisione. Quell’uomo fino a quel momento visto a torso nudo, che si asciugava il sudore con le foglie e disboscava come un indemoniato, a quell’ora precisa si lavava accuratamente, si vestiva inderogabilmente di un bianco immacolato, prendeva posto nella sua veranda e cominciava a scrivere.

“Non scrivere mai sotto l’impero dell’emozione. Lasciala morire, e poi evocala. Se sarai capace di riviverla tale e quale era nata, vuol dire che sei arrivato a metà strada (…) Prendi i tuoi personaggi per mano e portali con fermezza verso la fine, senza vedere nient’altro che il cammino che tu stesso hai tracciato. Non distrarti vedendo ciò che loro possono o vorrebbero vedere. E non abusare del lettore. Un racconto è un romanzo depurato dai detriti. Prendi questa come una verità assoluta, anche se non lo è”.

***
Ci furono pochi amici nella vita di Horacio Quiroga, forse perché per lui l’amicizia fu una sorta di culto al quale soltanto pochi ufficianti potevano essere ammessi. In un libro destinato a diventare un classico per chi vuole avvicinarsi al mondo del “padre del racconto latinoamericano”, Ezequiel Martìnez Estrada descrive la ineguagliabile vicenda umana di un uomo tormentato e, allo stesso tempo, innamorato della vita. El hermano Quiroga, è il suo titolo. Il fratello Quiroga.

Ho letto quel libro diverse volte. Forse tante quanto i racconti stessi. Ho continuato a leggerlo perché lì dentro, tra quelle lettere – si tratta di una raccolta epistolare – mi sembra ogni volta di sentire la vera voce dell’uomo Quiroga. E sono tornato ogni volta affascinato, intenerito e con una certa dose di invidia.
Per la loro vicinanza e la loro reciproca comprensione. Per un rapporto fatto di rispetto e ammirazione. Per quel senso di fratellanza, incondizionato, provato e concesso una sola volta da un uomo tanto genuino quanto i suoi personaggi.

Tradurre Horacio Quiroga da una lingua che ci fu comune a un’altra, da me imparata strada facendo, è, come sempre, una forma di tradimento. A mia discolpa posso dire che l’ho fatto con tutto l’amore e la dedizione che mi sono stati concessi. Che non l’ho perso di vista neanche un istante, come se lui fosse lì, alitandomi sul collo, un vecchio maestro che si ha paura di deludere.
È stato un viaggio fantastico – potete credermi – cominciato molto tempo fa, quando mio padre mi sedeva sulle ginocchia, qualche sera d’inverno, e cominciava a vogare anche lui sull’immenso Paranà, portandomi con sé, entrambi alla deriva, entrambi intrappolati in quella voce, in quel mondo meraviglioso, alle volte crudele, che avrebbe continuato ad abitarmi dentro, ovunque decidessi di volgere i passi.
So che Quiroga mi perdonerà se mi sono permesso. Dopotutto, siamo stati anche vicini di casa.
Mi hermano Quiroga.

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One response to this post.

  1. Stupendo il blog, complimenti!

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