Di seconda mano

mario

Girando tra le bancarelle dei libri usati, a Madrid, nei dintorni di El Prado, ho comperato, per l’ennesima volta, un libro di Mario Benedetti. Un’antologia poetica dello scrittore uruguaiano che possiedo in tutte le salse (lingue), perfino in quelle che non riesco a decifrare. E’ un impulso irresistibile. Un moto incontrollato. Qualcosa che mi porta a dire: non posso lasciare Mario tanto lontano da casa.
Così me lo porto alla mia, che è ancora più distante. (Ma sono fatto male, lo so, che ci vuoi fare?)
Sulla prima pagina di quel libro, però, ho trovato qualcosa che lo ha reso unico, insostituibile. E che ogni tanto mi mette di pessimo umore.
La dedica di una ragazza innamorata al suo uomo. Delle righe che potrebbero persino risultare ridicole (“tutte le lettere d’amore sono ridicole/non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole”), lette da chi non dovrebbe leggerle.

“Nelle mie notti, ora così vuote perché sento la tua mancanza (“…porque te hecho de menos”), perché l’unica cosa alla quale mi è dato afferrarmi nella notte fredda è il ricordo dei tuoi baci, il calore dei tuoi abbracci, il sussiego del tuo sguardo.
Ora che le notti sono eterne perché non vedo l’ora che arrivi il giorno, l’inizio di un nuovo inizio, per avere l’opportunità di amarti un po’ di più (de quererte un poquito màs).”

Non so chi sia il destinatario di queste parole , ma ogni tanto, quando sfoglio il libro, comincio a detestarlo lentamente, con tutto me stesso. Deficiente, gli dico. Mi auguro che tu sia stato portato via da qualche cataclisma naturale, che la tua casa sia stata rasa al suolo, le tue cose sparse ai quattro venti, che tu abbia perduto la memoria, la ragione, la strada del ritorno…. Che tu non abbia avuto nulla a che vedere col fatto che questo libro si trovasse su quella bancarella. Che tu continui a cercare, senza sosta, queste parole, che nessun’altro ti scriverà mai più.
Che ho ora qui, tra le mie mani, anche se non mi appartengono. In custodia, in attesa del giorno in cui rinsavirai, e ti metterai a cercarle. O a cercare Elena (“tu princesita”), che si firma in calce, e che ti augura di godere della poesia
“asì como yo disfruto de tì”.

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One response to this post.

  1. le storie d’amore, si sa, sono storie… E sono d’amore… E come storie sono vere fino a quando le vuoi vere… Ed essendo d’amore sono fatte di niente e di fuoco… Sono fatte di neve che si scioglie… Sono fatte di anima… Evanescenti… Concrete, tangibili, sanno fare molto bene e sanno dare dolori lancinanti… Possono curare il cancro della vita, guarire la pestilenza, salvare dall’inferno dei giorni, colorare cieli di fantasia, dare batticuori extrasistole… E questa storia, d’amore, di lontananza, di presenza, di assenza, di desiderio inevaso, di ricerca continua e inesausta, regala anche questo, mentre regala se stessa… La leggo e me la bevo gustandone l’ebbrezza… Grazie per averla scritta, o per essere accaduta

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