Lettere d’amore all’incanto.

Listener

Per lui era semplicemente Mara. Lui, per lei, era diventato Sonja. Lo sapevano (quasi) tutti che da una parte si nascondeva Frida e dall’altra Josep.

La prima, la più interessante, complessa e inafferrabile figura artistica di quella prima metà del secolo, nel panorama latinoamericano.

Lui era Josep Bartolì, un artista spagnolo fuggito dalla guerra civile e dai campi di concentramento franchisti.

Potevano non incontrarsi?

Nel 1946, Frida Kalho è a letto, a New York, tormentata da fitte lancinanti, in attesa di un’operazione alla schiena. Josep le viene portato dalla sorella Cristina, che subito dopo le presentazioni toglie il disturbo (conosce perfettamente l’effetto antalgico esercitato dal fascino maschile su quella ragazza sfortunata).

Da lì in poi, lui le fa visita ogni giorno.

Quando lei ritorna in Messico, cominciano una fitta corrispondenza, che (per motivi contingenti) decideranno di firmare con i due nuovi nomi, Mara e Sonja.

Da una parte per dribblare i controlli di Diego Rivera, esperto in doppi giochi, all’apparenza libero e spensierato in amore, uno totalmente indifferente ai tradimenti della sua donna con altre donne ma che andava su tutte le furie al minimo sospetto di avvicinamento da parte dei maschi.

Dall’altra, perché in quel gioco di eteronimi, di travestimenti, sembrano entrambi divertirsi a inventare una nuova vita, a immagine e somiglianza di quella che avrebbero sempre voluto vivere.

Due giorni fa queste lettere sono andate all’asta, sempre a New York. Tra loro ci sono disegni, fotografie, fiori appassiti.

Frida (Mara) si racconta, più di quanto abbia mai fatto nella sua vita. Parla di quella malattia, che le impedisce di lavorare come vorrebbe. Della sua tremenda solitudine. Di quel senso di claustrofobia che l’accompagna pressapoco da quando ha avuto l’incidente che avrebbe segnato la sua vita.

120.000 dollari americani ha pagato un collezionista per una intimità che non gli sarà mai dovuta, un mondo al quale, forse, non avrà mai accesso.

“Sto lavorando lentamente ma con piacere”, scriveva Mara (Frida), il 12 dicembre 1946. “Ho finito un disegno e non è del tutto brutto.”

E poi

“Mio Bartolì… io non so scrivere lettere d’amore. Ma voglio dirti che il mio essere è aperto interamente a te. Lo sai, mi cielo, tu piovi su di me e io, come la terra, ti ricevo. Mara.”

frida lettera 2

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