La vita segreta delle parole – Boicottaggio (1)

boycott

Questa è una storia di corvi e di leoni; preti, cospiratori, centrocampisti, santi, fanti e dittatori.
Una storia di resistenza pacifica e non passiva.
Una di quelle che hanno cercato inutilmente di “insabbiare”, senza del tutto riuscirci.

Gennaio del 1947. Era stato da poco siglato un accordo tra il gerarca argentino Juan Domingo Peròn e il suo compare spagnolo, il generalissimo (da alcuni chiamato L’escrementissimo) Francisco Franco.
L’Argentina s’ impegnava a fornire a una Spagna malmessa e claudicante delle derrate alimentari che, in soldoni, si traducevano in un sostegno bello e buono a un governo che aveva rovesciato la repubblica a colpi di cannone.
Come contropartita, quel governo avrebbe mandato nel Rio de la Plata dei prodotti industriali di cui non si sentiva proprio il bisogno.

Il patto sarebbe stato firmato il 5 Gennaio nella capitale dei paesi baschi, non lontano da quella Guernica rasa al suolo dall’aviazione spagnola e italiana, e immortalata da Picasso.
Il tutto, dopo una partita dell’allora campione argentino, il San Lorenzo de Almagro e l’Athletic Bilbao, allo stadio San Mamès.

Quelli di casa erano i Leones, costretti a giocare sotto lo sguardo dei gerarchi che avevano vietato perfino la loro lingua millenaria.

Gli altri, la mitica squadra nata insieme al secolo nel quartiere di Boedo, a Buenos Aires, che aveva preso il nome dal sacerdote salesiano Lorenzo Massa e che radunava ogni domenica tutti i preti della zona.
Ecco i Corvi, quella tifoseria che sembrava prendere il volo a ogni giocata pericolosa, come uno stormo ordinato, funereo e festoso. La squadra che avrebbe fatto innamorare un ragazzino di 8 anni destinato un giorno a diventare Papa.

I tentativi di boicottaggio s’erano succeduti, da quando era stato annunciato quel patto di reciproca assistenza.
Da entrambe le sponde dell’oceano.

La notte del 3 gennaio, due giorni prima di quella partita, un gruppo di patrioti baschi si introdusse nel campo di gioco, armato di pale e di zappe, e cominciò ad asportare le zolle, a rivoltare la terra, fino a trasformare quel rettangolo, al quale era stato appena rifatto il manto erboso, in un enorme orto nel quale si sarebbero potute piantare le zucche.
Segarono anche le porte, ma quando stavano per portarle via dovettero scappare di corsa, lasciandole sul posto.

Due giorni dopo la partita ebbe comunque inizio. Sarebbe stata ricordata a lungo.
Di sicuro non la dimenticarono i fascisti spagnoli, ai quali la parola boicottaggio è stata sempre indigesta.
Che avrebbero ordinato seduta stante una rappresaglia epocale.

Il 3 a 3 finale, sportivamente parlando, lasciò in qualche modo tutti soddisfatti. Per il pubblico presente, ma soprattutto per i giocatori, si trattò di un’esperienza straordinaria.
Più che a calcio avevano dovuto giocare a calcetto, come quello che si gioca in spiaggia, d’estate, a piedi nudi.

Grazie allo “scherzo” dei resistenti baschi, gli organizzatori avevano dovuto fare arrivare, di corsa, 200 camion di sabbia, onde coprire il terreno e rendere in qualche modo possibile una partita “non cancellabile”.

I governanti, soprattutto quelli che non godono dell’appoggio del proprio popolo, hanno una paura fottuta delle figuracce. Sanno che la loro poltrona dipende dalla propria capacità di rendere fascinosa una realtà confezionata su misura.

Gran parte della nostra migliore storia sta proprio lì. Nei tentativi di rovinare la festa a chi non dovrebbe avere nulla da festeggiare.
Nel boicottare l’iniquità. Quella parola che ha acquisito tutte le cittadinanze e che continua a fare il giro del giorno, in qualsiasi lingua, in qualsiasi mondo.
Che continua a togliere il sonno ai fantocci con due lire di potere in corpo.

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