Ayotzinapa?

azotinaypa

Avete mai sentito parlare di Ayotzinapa?

Questa parola, da qualche mese, gira di bocca in bocca, di mano in mano, in ogni parte del mondo, perfino quello più distante.
Ovunque, tranne in Italia, dove nessun telegiornale si è occupato di lei, e delle milioni di persone che da allora continuano a ripeterla, nel tentativo di non far dimenticare una tragedia che sta incendiando il Messico e gran parte dell’America Latina.

Ayotzinapa viene da Ayotl, che in lingua Náhuatl vuol dire tartaruga. Da oztli: gravida. E da nappa: quattro volte.
Insomma, la tartaruga che ha fatto il grande viaggio diverse volte e ha visto ogni cosa.

E’ anche il nome di un luogo, un paese nello stato di Guerrero, nel Sud-Ovest messicano, dove sorge la Scuola Normale Rurale Isidro Burgos.

Lì, il 26 Settembre del 2014, sono stati arrestati dalla polizia, per ordine del sindaco, 43 studenti.
43 ragazzi che non sarebbero mai più tornati a casa.

Da lì in poi, Ayotzinapa (ricordatevi di questo nome), passò ad essere sinonimo di crimine di Stato, di desaparizioni forzate, di un incubo collettivo nato dalla connivenza tra il narcotrafico e quelle istituzioni che avrebbero dovuto combatterlo.

Ma, questa parola – questo luogo fino ad allora pressapoco sconosciuto, perfino ai messicani – diventò anche sinonimo della risposta collettiva della società civile a un governo incapace e corrotto.
Una società che da allora l’ha imparata a memoria, a dispetto dei giornali e dei canali televisivi che si rifiutavano di scriverla, o prendevano a storpiarla mentre la pronunciavano a malincuore.

E da allora sta facendo il giro del mondo. Dallo Yucatan alla Groenlandia , da Madrid a Sidney, dal parlamento tedesco all’Union Square di New York, dal Cremlino al Klondike…

In Italia no. Qui quasi non si è vista, quasi nessuno ancora ha imparato a pronunciarla. Nessun canale televisivo, nessuna radio, nessun giornale sembra interessato a raccontarci cosa vuol dire questa strana parola, che ogni tanto fa capolino, qua e là, nei social network, senza suscitare particolare attenzione.

Non se lo chiedono i giornalisti di un paese al 40° posto per quanto riguarda la libertà di stampa (il nostro diritto all’informazione), dopo la Bulgaria, il Benin e la Corea del Sud.

E non ce lo chiediamo noi, presi come siamo dalle beghe di condominio in un divenire sempre più ristretto e meno a buon mercato

In altre latitudini, quegli studenti, i “Normalisti”, come vengono chiamati, hanno portato (continuano a farlo) migliai di cittadini in strada, ogni giorno, da quel giorno.
Il governo federale del Messico ha dovuto ammetere che furono consegnati dalla polizia locale a una banda del Cartello di Guerrero, i narcos che controllano la zona.

Il delitto di quegli studenti è stato quello di essere dei “rossi”, di aver requisito degli autobus del trasporto collettivo e di stare preparando una marcia in Città del Messico per il 2 Ottobre, giorno in cui si conmmemora La mattanza di Tlatelolco, un eccidio governativo perpetrato nel 1968 che lasciò più di trecento morti sulla strada.
Gli studenti di Guerrero sono stati uccisi e i loro corpi dati alle fiamme in una discarica nella Colina del Coyote, nei dintorni di Iguala. Le loro ossa polverizzate a colpi di pala e successivamente disperse nelle acque del fiume San Juan.
Ma quel massacro, l’ultimo di una lunga serie, ha scosso finalmente un paese anestetizzato dalla violenza quotidiana, e lo ha messo in marcia.
Il governo, che aveva tentato di gestire lo shock di quell’orrore senza macchiarsi il vestito, ha dovuto aprire le finestre su quella piazza e ascoltare le sue ragioni.

If you are not angry, you are not paying attention.

Recitava una scritta portata da uno studente messicano in una manifestazione a Los Angeles.

Se non sei arrabbiato vuol dire che non sei stato attento.
Da allora appare dappertutto, in giro per il mondo.
Tranne in Italia.
Qui la dissattenzione è di ordinanza.

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One response to this post.

  1. Posted by Claudio on febbraio 20, 2015 at 5:32

    “Se non sei arrabbiato vuol dire che non sei stato attento”.
    aggiungerei “vuol dire che non meritavi attenzione” (da parte di questi… signori).
    Appunto: non è forse ora di far sentire la nostra voce?

    Grazie Milton, d’avere decifrato per noi una realtà brutale, trascurata dai benpensanti
    Claudio Buttura

    Rispondi

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