Quando il poeta è un fingitore – Ungaretti e il fascismo

Giuseppe_Ungaretti

Che i poeti debbano essere soltanto letti, e non conosciuti di persona, è un sospetto che covo da qualche tempo.
Credo tutto sia iniziato con Jorge Luis Borges, l’inarrivabile cantore degli universi paralleli che faceva a pugni con quell’ometto ipovedente capace di sostenere che il suo popolo avesse il migliore dei governi possibile in mezzo a una dittatura feroce che quel popolo lo stava massacrando senza pietà.

Io, lo confesso, Ungaretti avrei voluto conoscerlo.
Mi è cara la sua faccia canuta e assennata, i suoi occhi distanti, quella voce pausata e dolente, la parola tremante nella notte, il suo stare come d’autunno sugli alberi le foglie, le labbra ultime del tempo, il mattino, che lo illumina d’immenso.

Tutto è nato qualche giorno fa, in una nota scritta dall’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, nella quale si citava una bellissima poesia di Ungaretti dedicata ai morti della Resistenza.

Come con Borges, la domanda mi è sorta improvvisa.
Dove finisce l’uomo, dove comincia il poeta? Quando è sincero? Quando inneggia i partigiani che … vivono per sempre/gli occhi che furono chiusi alla luce/e la loro lotta libertaria/ perché tutti li avessero aperti/per sempre alla luce… o quando celebra il Duce, all’indomani della sua presa del potere, definendolo “Un vero signore del Rinascimento”, l’artefice della resurrezione dell’Italia e del ringiovanimento della vecchia razza bianca, minacciata dai neri…”

In una lettera datata 5 Novembre 1922, infatti – praticamente 8 giorni dopo la marcia su Roma – Ungaretti scrive al Duce, lodando la sua preclara figura e approfittando per togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

“Meriterei di essere da un pubblico più vasto conosciuto e amato. Finora non conosco bene che la fame. L’Italia nuova deve sapere dare di più al valore. Vuole Vostra Eccellenza che la rinnovata italianità sta consacrando, innalzare anche la mia fede? Ricorro a V. E. come un signore della Rinascenza…”

E finisce chiedendo a Mussolini “poche righe di prefazione” per il prossimo libro …” quando le gravi cure dello Stato le daranno un momento di tregua”, le quali, a suo dire “sarebbero state agli occhi di tutti, un grande segno di onore”.

Un anno dopo uscirà “Il porto sepolto”, presso la Stamperia Apuana, con la agognata prefazione del duce.

Qualche mese più tardi, Ungaretti diventerà corrispondente da Parigi di Il Popolo di Italia, lavorando contemporaneamente presso l’ufficio stampa dell’ambasciata italiana.

«Dall’ esame della rubrica sovvenzioni del ministero della Cultura Popolare risulta che il prof. Ungaretti percepì un assegno di 1.500 lire mensili dall’ agosto 1934 al novembre 1942 figurando così tra i pubblicisti protetti dal passato regime come servi particolarmente fedeli. (…)
La politica delle sovvenzioni agli intellettuali divenne una strategia della gestione del consenso parallela al consolidamento del regime. Accettare la sovvenzione significava per l’ intellettuale, implicitamente o esplicitamente, con entusiasmo o indifferenza, per fama o indigenza, incentivare un vincolo di dipendenza dal fascismo.
Ungaretti ebbe il privilegio di ottenere un sussidio fisso. Il rapporto finanziario si interruppe momentaneamente nel 1939 quando Ungaretti accettò l’ incarico all’ università di San Paolo, in Brasile, per riprendere con il versamento degli arretrati (48.000 lire), nel giugno 1942, e di nuove mensilità fino all’ assegnazione della cattedra all’ Università di Roma nel novembre 1942. (Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziata dal fascismo, Le Lettere, 2010)

***
Certo, nel 1944 Ungaretti scriverà “Non gridate più”, e la raccolta del “Dolore”. Tuttavia non si hanno notizie su un suo ripensamento sull’adesione al fascismo.
“Io ho creduto in un certo momento nel fascismo, confesserà nel 1947”, a guerra finita. “Ho creduto che per conquistare la libertà occorresse rinunciare a una propria parte del diritto alla libertà.”

E mena fendenti a destra e sinistra, quando si riferisce ai suoi colleghi di piuma, lui, che si considera “l’unico poeta in Italia, il solo ad aver conferito alla lingua italiana un tono e un’elevatezza che era andata persa dopo la morte di Leopardi”.

Per Ungaretti Jean Cocteau è semplicemente “un porco”. René Char scrive “dei coglioni impagliati”. Alberto Savinio un mediocre. Saba un cretino, infinocchiato da Freud. Sandro Penna, un grazioso pederasta. Cardarelli, un cane tignoso. Montale una specie di pidocchio che mastica le sue caccole…

Quando nel 1959 l’Accademia Svedese gli preferisce, nell’assegnazione del Nobel, Salvatore Quasimodo, va su tutte le furie.
“Quel pappagallo, quel pagliaccio”, scrive al suo traduttore francese. “A quel fascista (sic) di Quasimodo, danno il Nobel! Hai compreso la serietà di questo Nobel? La merda che è in realtà il Nobel?”.

Si è parlato molto su questo passaggio a vuoto nella storia personale di un poeta, in ogni modo sublime, nonostante l’uomo che era costretto a trascinarsi dietro.
Forse, come dicevo all’inizio, i poeti vanno letti, degustati, amati, stando attenti a non conoscerli di persona.

Forse succede solo con alcuni.

Dopo tutto, come diceva Fernando Pessoa

“il poeta è un fingitore
arriva a fingere così completamente
che è capace di fingere che è dolore
il dolore che davvero sente…”

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