Il ritorno di Casanova

 

silcasan

M’ero promesso, tra tante altre cose,  di non parlare più di Silvio Berlusconi. Forse uno di questi giorni ci riuscirò. Un po’ per igiene mentale. Un po’ perché, quatto quatto, quel lubrico nonno dalla faccia di resina comincia a stimolare in me sentimenti compassionevoli.

Nel racconto Il Ritorno di Casanova (1918),  Schnitzler racconta di un cavaliere che, ormai vecchio e disarcionato dalla vita, tenta di giocarsi le ultime cartucce. Gli piacciono le ragazze molto giovani, pressappoco dell’età delle sue nipoti, ma non  può fare a meno di ammettere che la sua leggendaria capacità di seduttore  è ormai agli sgoccioli. Lo ripugna l’idea di dovere ricorrere a dei sotterfugi, lui, maestro nella condiscendenza schietta alla sua passion predominante,  ma alla fine s’arrende.

Corsaro di vecchia data, sa che il suo fascino non è più a tenuta stagna, nonostante i plastici ritocchi. Quindi riesce, attraverso l’acquisto di un debito di gioco lasciato dall’amante della ragazza – a quel punto  diventato un suo debitore-  a barattare lo stesso con una notte d’amore al posto suo.

Così s’infila, aiutato dall’amante, nel letto della fanciulla, e riesce – a quanto pare-  anche a fare onore al suo nome.

Finché non succede il più inatteso degli imprevisti. S’addormenta.

Ecco, se non riuscissimo a lasciarci abbindolare dalla voce suadente dell’autore, facendoci convincere del fatto che la ragazza non sia riuscita a distinguere la minima diversità tra il corpo del giovane amante (che aspettava) e quello del vecchio seduttore in disarmo che le piomba addosso, e a godere di questa flaccida presenza che prende ad abitarla per ogni dove, ci perderemmo una delle più strazianti definizioni della vecchiaia mai riuscita ad uno scrittore.

Parlo di quella fisica, della devastante decadenza inflitta senza pietà al corpo umano. Quella di cui si vergognava Priamo in attesa della  morte. Quella che facciamo fatica a riconoscere davanti allo specchio, e che il vecchio Seduttore è costretto a guardare in faccia attraverso lo sguardo di una ragazza alla quale ha rubato la sua ultima notte d’amore.

E che è rimasta lì, svegliatasi con la prima luce del sole, e lo sta contemplando in tutta la sua tragicomica nudità con gli occhi pieni di un orrore che  non riuscirà mai più a togliersi di dosso.

E’ per questo che ho deciso di non parlare più di Berlusconi (uno di questi giorni ci riuscirò).

Perché ogni volta ho provato a immaginare la scena (una delle tante). La ricerca affannosa dei giochi di luce – prima degli incontri –   teatrale, disperata, in modo di non far nemmeno intravvedere il corpo sfatto di un uomo di ottanta anni, col suo impietoso catalogo di chiappe svuotate, di prolassi addominali, di pelle in odore già di ossario, in confronto a quelli che si prepara, miracolosamente, a tentare di espugnare.

E mi fa pena.

Che ci posso fare?

Ecco perché sto cercando di smettere.

L’ergastolo è sempre una punizione esagerata per qualsiasi uomo, di qualunque delitto si sia macchiato. Fine pena mai.

Povero Silvio.

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