Silvie

Chissà se ci avete mai fatto caso, ma c’è un’ora precisa della sera in cui l’umanità sembra darsi il cambio. A Milano almeno succede così. La città rincasa, frettolosa e infreddolita, incalzata dai neon che non balbettano più come una volta, ma restano invece lì, fissi, innaturali, e le vetrine prendono a fare l’occhiolino con promesse di un paradiso che aprirà puntuale, l’indomani mattina, nove in punto, succeda quel che succeda. Nessuno le guarda. Nessuno guarda in faccia nessuno, a quell’ora, nemmeno se stesso, soprattutto se stesso. E’ allora che dalle tasche nascoste di una giornata mai troppo diversa dalle altre arrivano loro. Sono il turno di notte. Coloro che, a furia di accarezzarlo, si sono macchiati le mani con il buio.

Chissà se ci avete mai fatto caso.

Ci sono due banche agli angoli di Piazza XXIV Maggio, a Milano. Ci sono dei portici.

Fino a poco tempo fa, alla sera, non mancava mai. Era una ragazza nera, di una bellezza che faceva male. Aveva l’aria spavalda e un sorriso gentile. Come a voler mandarci a casa senza pensieri. Come se avesse avuto voluto dirci, ogni sera, mentre passavamo: Non abbiate pena per me, so cavarmela da sola. Accanto a lei, l’immancabile cartone di vinaccio a buon mercato con cui scaldare la notte. E i suoi vestiti accesi, per incantarla.  Quella splendida civetteria con la quale sembrava voler sfidare lo squallore di quei marmi austeri;  quella sua voce rauca, inconfondibile, che nessuno si fermava ad ascoltare, tranne i suoi compagni di viaggio, quella combriccola variopinta che le si radunava intorno non appena lei posava le sue coperte per terra, e la contemplava con venerazione.

Non so quanti anni avesse, quali sogni, quale storia l’avesse portata fin lì. Forse avrei potuto fermarmi, una sera, e domandarglielo. Non l’ho mai fatto. Non chiedetemi perché.

Ora so che si chiamava Silvie Koffi e che veniva dalla Costa d’Avorio. E’ morta una notte all’inizio di gennaio. Di freddo, dicono alcuni; di coma etilico assicurano altri.

Il suo corpo è ancora all’obitorio, servono 1050 euro per tumularla in Italia e circa 4.000 per portarla invece di ritorno alla sua terra.

I volontari del Naga (via Zamenhof  7/A, tel 0258102599), che da tempo la seguivano, hanno organizzato una raccolta di fondi per cercare di farla tornare a casa, e noi, quelli che l’abbiamo conosciuta, quelli che non la conoscevano, quelli che non ci siamo mai fermati a parlare con lei, vorremmo dare un mano.

Per questo stiamo organizzando una serata il cui ricavato andrà a coprire le spese dell’ultimo viaggio di Silvie.

Per questo chiediamo a tutti coloro che possono aiutarci di unirsi a noi. Attori, scrittori, musicisti, danzatori, tecnici, amici… insomma, chiunque abbia voglia di collaborare, anche soltanto col diffondere questo messaggio.

La data è da stabilire, e anche il luogo. So però che dobbiamo fare presto.

Chi vuole aderire all’iniziativa può scrivere a teatriresistenti@libero.it oppure a  fernandezmilton@libero.it o chiamare il numero 3356939814.

E se vi capita di passare da Piazza XXIV Maggio, una di queste sere, date un’occhiata in giro. Ci sono ancora loro, i compagni della notte di Silvie – accucciati alla meno peggio – ma, giuro,  non li ho mai visti così mesti e silenziosi come ora.

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One response to this post.

  1. Posted by Patrizia on febbraio 23, 2011 at 5:32

    spero che poi ci sia stata molta adesione. Confesso che non ho mai partecipato a molte raccolte di fondi, certo sono sempre stata pronta ad aiutare la mia famiglia, i miei amici: e oggi è diventata così dura per tutti! Perfino le parole e le chiacchierate di conforto non bastano mai! Ogni giorno poi si aggiunge qualche sventura, chi perde il posto di lavoro, chi si ammala, chi non ha i soldi per riscaldarsi..Forse non resta che augurarsi di divenire tutti e comunque dei volontari della solidarietà.

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