Ken Saro Wiwa e il mio barbiere

Ken Saro Wiwa e il mio barbiere

ken saro wiwaIl signore dal quale mi taglio i capelli, due volte l’anno, ha un sacco di certezze e due o tre ostinazioni che spolvera dal mattino alla sera: la prima è quella di pretendere di essere chiamato Barbiere (anche se di barbe non se ne occupa dal tempo di Cavour) e, in subordine, il non voler considerarmi un extracomunitario. Per lui, questi sono di un colore diverso dal mio, vestono in modo extra-vagante, parlano in lingua ignota e si tengono molto alla larga dai barbieri.

Terza ostinazione, di secondo grado:  ci tiene a non passare per razzista. Basta che si comportino bene, mi dice, anzi, più meglio di noialtri, perché noi siamo a casa nostra, e a casa nostra uno fa quello che gli pare, ma loro sono ospiti, e quindi si devono adattare.

Mi è tornato in mente ieri, mentre leggevo un lancio di agenzia in un vecchio giornale che annunciava come le compagnie petrolifere Shell UK e Shell Dutch avessero patteggiato un risarcimento di quindici milioni di dollari per la loro co-responsabilità nell’assassinio di un poeta, in Nigeria, nel 1995.

Ci sono ironie della Storia che a lungo andare fanno sorridere. Non si tratta di barzellette, ma in qualche modo dobbiamo salvaguardarci il cuore.

Ci sono anche delle cantonate epocali che oggi fanno parte di quella storia, e sulle quali, quantomeno, sarebbe da spendere una riflessione.

Il 10 di novembre del 1995 fu impiccato in Nigeria, insieme ad altri otto suoi compagni di lotta, Ken Saro Wiwa, nato nel 1941, scrittore, poeta, professore universitario. Moriva, assassinato dalla giunta militare che governava allora il suo paese, perché aveva osato denunciare la devastazione che stava perpetrando la Royal Dutch Shell e la locale Nigerian National Petroleum Corporation, ai danni dell’ambiente e soprattutto del popolo Ogoni.

Chi è il popolo Ogoni? Il mio barbiere non lo sa, ma è un gruppo etnico stabilitosi da più di cinque secoli nella zona del delta del Niger, nel River State, territorio che considerano loro, oltre che sacro. Coste e argini del fiume rappresentano per quella comunità la sopravvivenza stessa, e la difesa del suolo è parte basilare nel loro incedere sociale.

Il primo impianto petrolifero dell’Ogoniland è stato costruito nel 1958. Tra gli anni ’60 e ’70, la Shell ha impiantato altri cinque grandi campi, con 96 pozzi. Successivamente si sono aggiunte  la Elf, la Mobil, la Texaco e l’AGIP (Gruppo Eni)

Non dimentichiamolo. Quando ci indigneremo per la quantità di escrementi  che queste ineffabili sorelle continuano a distribuire lungo i marciapiedi del mondo, non dimentichiamo che una parte consistente di quella merda continua a deporla anche il nostro fedele cane a sei zampe.

E ricordiamoci pure che, soltanto nel periodo che va dall’87 all’88, sono state scaricate illegalmente in Nigeria, 3800 tonnellate di rifiuti tossici italiani.

Il Delta del Niger è uno dei più fragili ecosistemi del mondo. La sua area comprende ben 23 fiumi, si stende per circa 20.000 Km2, include enorme foreste pluviali ed è inoltre habitat ideale delle mangrovie. Lì la Shell ha impiantato, oltre i 96 pozzi sopra menzionati, due raffinerie, una fabbrica  di fertilizzanti, un complesso petrolchimico e una serie infinita di oleodotti la cui lunghezza, si calcola, è pari alla distanza fra Londra e New York.

Dalla pioggia o direttamente dal terreno, i residui di quelle raffinerie filtrano verso i pozzi dell’acqua, in genere poco profondi, che si coprono di uno strato bituminoso tra il quale bisogna scavare per raccogliere l’acqua da bere. Le malattie ai bronchi e allo stomaco sono diventate una norma tra gli abitanti del Delta, e gli ospedali non hanno mezzi né medicine (dei programmi di sviluppo promessi dalle compagnie, si è visto poco e nulla). I torrenti, poi, trasportano i residui di petrolio verso il fiume, dove si convogliano anche gli scarichi non depurati delle raffinerie: le coltivazioni vengono bruciate e le acque del Delta, poco a poco, sono diventate sterili. Secondo il rapporto presentato dai capi del Delta del Niger alla Conferenza mondiale del giugno 1992, “a parte l’inquinamento dell’aria proveniente dalle emissioni dell’industria petrolifera e delle fiamme [degli impianti di combustione], che ardono giorno e notte producendo gas avvelenati, che annientano silenziosamente il nostro vulnerabile biotopo volatile, oltre a mettere in pericolo la vita della flora, della fauna e dell’uomo stesso. C’è un diffuso inquinamento dell’acqua e delle coste che produce la morte di uova, larve e individui giovani di molte specie acquatiche, di pesci e molluschi, soprattutto di certi animali sensibili (ostriche e molluschi vari) da un lato, mentre dall’altro il terreno coltivato, contaminato dalle perdite di petrolio, diviene pericoloso per l’agricoltura, perfino là dove continua a produrre una qualche resa”

Ken Saro Wiwa cerca di attirare l’attenzione su quanto sta accadendo sul Delta del Niger e a causa del suo attivismo diventa ben presto, per il governo nigeriano, un personaggio scomodo. Nel 1990, fonda il MOSOP (Movement for the Survival of the Ogoni People ). È con questo movimento che ottiene finalmente la tanto ricercata attenzione internazionale. E con un’imponente manifestazione che vede mobilitate 300 mila persone a testimonianza del feroce sfruttamento perpetrato dalle multinazionali del petrolio e in particolare dalla Shell.

Tra l’estate del 1993 e la primavera del 1994, una dura repressione dell’esercito del dittatore Abacha, si concluse con l’assassinio di migliaia di Ogoni. Centinaia di loro furono incarcerati, i loro beni espropriati, le loro case rase al suolo. Nel 1994, a seguito di divisioni interne nel MOSOP, quattro capi Ogoni risultarono uccisi. Saro Wiwa, insieme ad altri otto suoi compagni, venne arrestato con l’accusa di avere partecipato a quegli omicidi. Nel febbraio del 1995, fu giudicato da un tribunale militare, d’accordo con un Decreto speciale del governo, che autorizzava il capo dello stato ad agire fuori dal sistema processuale ordinario, per quanto concernente casi di sollevazioni popolari e disturbi civili.

Esiste un elenco delle varie richieste ufficiali della Shell alla Mobile Police Force, il sinistro corpo antisommosse del regime, in cui chiede la repressione delle manifestazioni che i contadini organizzavano per protestare contro la sua attività nella zona.  In risposta a queste sollecitazioni della Shell,  ci furono 8 morti nel 1989, 15 nel 1990, un morto e decine di feriti nel 1993, innumerevoli arresti e sparatorie ad altezza d’uomo sulla folla nel 1994.
Tra il 1993 e il 1994, inoltre,  la Shell rifornì di armi il governo del dittatore Abacha. L’impresa giustificò la vendita degli armamenti riparandosi nella necessità di difendere le sue istallazioni petrolifere.
Secondo quanto riferito dal fratello di Saro Wiwa, l’allora direttore della Shell in Nigeria, Brian Anderson, avrebbe a lui garantito l’incolumità di Ken se questi avesse rinunciato alla sua campagna di denunce.

***

Il 10 di novembre del 1995, nonostante le petizioni di diverse organizzazioni internazionali,  Ken Saro Wiwa, premio Goldman per l’Ambiente e candidato al premio Nobel per la Pace, fu messo a morte tramite impiccagione assieme  a Barinem Kiobel, ex-ministro dello Stato di  Rivers, e a John Kpuinen, Baribo Bera, Saturday Dobee, Felix Nwate, Nordu Eawo, Paul Levura y Daniel Gbokoo.

Venti minuti durò la agonia di Ken Saro Wiwa. Venti interminabili minuti in cui i suoi carnefici non seppero cosa fare. Il corpo del poeta si dimenò fino a svuotarsi di vita, davanti agli occhi criminali di un boia incompetente e di un mondo la cui paura più grande sembra essere, sempre più, soltanto quella di restare col serbatoio a secco.

Dicevo, da qualche parte sopra, dell’ironia e delle cantonate della storia. Due anni dopo l’assassinio di Wiwa, il WWF ha nominato la Shell Oil candidata al Premio Ambiente 1997. Nello stesso momento, altri diciannove attivisti Ogoni venivano torturati nelle carceri del regime nigeriano, rei di avere inscenato proteste contro la Compagnia.

***

Chissà cosa direbbe, il mio barbiere.A lui, di sicuro hanno raccontato un’altra storia.

Quando vado a tagliarmi i capelli, comunque, prima di entrare mi pulisco le scarpe per bene sullo zerbino.

Dopo tutto, quella è casa sua.

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One response to this post.

  1. Bell’articolo. Mi ha fatto pensare a una frase di Brodskij che più o meno diceva così: “visto che ciò che accade nel tempo accade una sola volta, per capire davvero quanto è accaduto bisogna prima identificarci con la vittima non con il sopravvissuto”. Brodksij muoveva la giusta “critica” sulla Storia che è sempre l’arte degli spettatori, e il barbiere fa parte della platea silenziosa!

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