Degli infiniti punti di un segmento VI

Dilaniato, smarrito, il maschio si ravviva.
A cataclisma avvenuto si fatica a rimettere il tutto sui cardini di un tempo.
Una nuvola bassa, di cenere sottile, inghiottisce le strade.
Le streghe del silenzio presidiano incessanti i loggiati  del vento.

Si risolleva, a malapena l’uomo.  Inabile, incompiuto.
Vir, paradigma e condanna.
Temibile ciclope dalla forza ancestrale, giocato dall’ingegno femmineo di un guerriero.
Outis.
Nessuno.
Colui che continua a scivolargli tra le dita.
E al gigante offuscato non resta che colpire.

Una briciola d’aria si trasforma in tormento.
E picchia, allora.
E pesta e martella e stupra e assilla e si ossessiona…

Sta cercando, da secoli, di uccidere quel mostro che gli ruggisce dentro.
Quel fantasma silente che lo occupa.
Quella brama animale che s’avventa sui corpi, che li sbrana, in cerca di un segreto che è stato a lui negato, e che reclama.

Non è mai troppo solo, il condannato.
Gregario solitario, la mandria che aborrisce lo rintana.
Al chiarire del sole -di ogni sole- il pasto consumato si riavvia.
Non lo saprà mai, quell’uomo .
Ma è sua la morte in tanta vita.

Sabor a viento, Milton Fernàndez

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One response to this post.

  1. Posted by Patrizia on novembre 1, 2010 at 5:32

    Disperata per un segreto che non è il suo
    la donna che danza che parla che insegue che indugia
    inutile dannazione
    strappata lacera
    a se stessa distaccata
    si aggira fantasma fisso all’istante
    condannata a srotolare
    il filo rosso che intesse
    l’inganno d’ogni giorno – l’attesa
    ancora la speranza
    la sua vita persa per ogni ora che passa
    fin troppo sola
    conosce il mostro seduto alla sua mensa
    ogni bestia che infesta il suo cortile e la reclama
    padrona di tutto e di niente
    un rumore sordo dalle strade
    le penetra la mente
    l’eco delle battaglie
    l’avventura che da lontano sostiene
    se solo le fosse concesso di errare
    volerebbe la sua lancia veloce oltre i bastioni del tempo
    le frecce scagliate dal suo braccio imberbe
    il nemico udirebbe appena il sibilo che annuncia la fine

    è sua la vita in tanta morte.

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