Degli infiniti punti di un segmento V

Successioni di istanti.
Lasso di eternità.
Briciola di tenebra che continua a sbigottire i sogni.
Si guardano le donne.
Ciascuna è uno specchio che prende e che rigetta.
Ciascuna è solo una, ed è tutte le donne.

Da qualche parte, appeso, un orologio macina incessante il tempo.
C’è qualcosa di antico e di mai visto in quella successione di segmenti.
Un ché di oscurità che si diffonde.
Se la dea è morta dentro di noi, tutto è permesso.
L’ingranaggio corroso fila all’indietro.
Dai contorni spuri  di una ferita mai rinchiusa riaffiorano i vecchi miasmi.
Putridi.
Insolenti.
Sostanza proteiforme e mai conclusa, l’uomo e la sua stirpe.

Quel che nacque carezza torna spada.
La lingua si nasconde tra le frasche dei denti.
Il soffio del candore avviva incendi.

Se la dea è morta, tutto è concesso.
Da avallo  primigenio il soggetto tramuta in macchinario. Congegno invertebrato.
Che deiette.
Che spurga.
Che ammorba e che cancella.

Immolato a se stesso, sanguina vacuità un corpo inanimato.
Il primo cavaliere della fine continua a speronare il suo destriero.

El abrazo, Milton Fernàndez

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One response to this post.

  1. Posted by Patrizia on ottobre 24, 2010 at 5:32

    L’oscurità cresce nel sogno della dea
    si fa tempo – buco nero – infinito segmento
    lo sguardo dell’altra non la protegge
    ancora la stirpe dell’uomo
    reclama il sangue

    macchine impazzite sfrecciano sulla scena
    ordigni della fine – ma
    non c’è fine – non c’è fine alla fine
    non si arresta la giostra
    mille cavalieri afferrano le briglie
    si lanciano spavaldi al galoppo

    si disperde il rumore nella lontananza
    cupo il silenzio che segue

    le lancette dei secondi
    afferrano della dea sepolta i polsi
    l’ingranaggio lacera le carni
    scava il volto
    l’incastro è perfetto
    somiglia al mortale abbraccio

    risorgerà pietra dalla pietra
    nel deserto il corpo vivo
    della candida vergine
    non si conosce chi lo ha dissepolto

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