Perché si scrive?

A dire la verità non l’ho mai capito. Sento che per alcuni di noi sia una necessità. Per altri uno sfogo. Per molti un modo di sbarcare il lunario, di guadagnarsi la pagnotta, come diceva Faulkner, uno dei più geniali bugiardi della letteratura universale. Ecco, forse la chiave sta proprio qui. Si scrive per far passare sotto la luce riparatrice di una spinta raffinata una volgare vocazione alla panzana.

Garcia Marquez sostiene di scrivere  per farsi amare dagli amici. Ernesto Sabato per non morire di tristezza  in un paese sciagurato. Paul Auster, (altro irresistibile raccontaballe ) dichiara di essere impreparato alla domanda. “Me la faccio spesso”, sostiene. “Non ho mai trovato una buona risposta. Credo che la ragione per cui scrivo sia: perché devo farlo. È così semplice. Non è esattamente un’attività facile, non dà… ahimè… molti piaceri. Scrivere è l’arte della solitudine, è un modo di essere in armonia, o almeno in pace con l’angolo più ombroso del mio essere”.

Io sono un camminatore. Camino e inciampo spesso. Qualche volta recupero l’equilibrio buttando giù qualche riga, che poi metto in una bottiglia e butto nel cassone della raccolta differenziata. Altre volte mi lascio ruzzolare. Ho imparato, strada facendo, a capitombolare senza sbucciarmi le ginocchia. Ieri sera, ad esempio, sono cascato in una discussione con alcuni scrittori che pubblicano orgogliosamente con Mondadori, che continueranno a farlo, che non vedono motivi per cui rinunciarci, che si sentono infastiditi dal fatto che qualcuno pretenda da loro una presa di posizione.

Ne avevo sentite diverse opinioni nei giorni precedenti. Provo rispetto per ciascuna di loro, davvero (lasciatemi raccontare qualche balla, cerco anch’io di diventare uno scrittore).

Quello che trovo disarmante sono le motivazioni di quanti si sentono in dovere di fornirle, spesso di una pochezza inenarrabile.

Ho superato i cinquanta. Vengo da un paese in cui la storia avanza più lentamente di quanto possa fare da queste parti (saranno le strade disastrate), in cui la memoria viene conservata con cura, perché è l’unico farmaco contro la riacutizzazione dei mali secolari, dove non si butta via nulla, nemmeno quello che da queste parti viene considerato stantio.

Nel ’73, in piena dittatura militare, un teatro di Montevideo, El Galpòn, particolarmente attivo in materia di opposizione culturale, venne assalito della truppe inferocite. La compagnia è riuscita a scappare, quasi al completo, e dovette esiliarsi in Messico. Il teatro fu svuotato di tutta la sua storia, i suoi libri, i suoi quadri, le sue lezioni magistrali, le sue poltrone, che furono ammucchiate in mezzo alla strada e date alle fiamme.

Qualche tempo dopo, ridipinta e lavata a nuovo, i militari tentarono di riaprire la sala, che non si chiamava più El Galpòn, ma 18 Maggio, in onore di una festività  nazionale particolarmente sentita dalle mie parti.

Durante tredici anni cercarono di farla funzionare, senza riuscirci. Gli attori, gli autori, i registi, i cantanti, i danzatori veri, i professionisti, quelli che senza riuscire a capire il perché di quella vocazione la portavano avanti con la dignità che sentivamo meritasse, preferivano lavare i piatti nei ristoranti, guidare un tassì, lavorare come commessi  in una libreria, piuttosto che svendere l’unico bene considerato davvero irrinunciabile.

I compagni del Teatro El Galpon lavorarono a Città del Messico, e in diversi paesi, per tutti quelli anni, continuando senza sosta un’attività che aveva dato alla loro istituzione lustri continentali, e nel ’86 fecero ritorno in patria. A quel teatro che fu loro riconsegnato, e che da allora, non fa che recuperare una storia che era andata lontano, ma che in parte era rimasta anche lì, protetta dalle schiene dritte di artisti che, nel frattempo, hanno ripreso a produrre magia.

Sono vecchio, come dicevo. E a forza di inciampare forse non riesco più a vedere la strada nuova, appena costruita.

Uno degli scrittori con cui mi è capitato di scambiare opinioni in questi giorni asseriva, adirato:  “Perché mai chiamare in causa l’autore? Che diavolo c’entra? Nessuno penserebbe mai a chiedere la stessa cosa a un sarto, a un parrucchiere, a un meccanico d’auto. Evidentemente alcuni ritengono che fare lo scrittore di professione non sia un lavoro come tanti altri. Eppure la concezione dello scrittore come Vate o di “Maître à penser” era già stantia ai tempi di D’Annunzio. Mah!”

A me piace pensare che esiste ancora un sarto (almeno uno) che si rifiuta di confezionare un vestito a un provato malcalzone, anche se paga bene.

Un parrucchiere che non ci sta a sistemargli il parrucchino.

Un meccanico che si nega a cambiare l’olio alla sua macchina.

Insomma, ciascuno viva la vita come vuole. Viva nel mondo che vuole, o che si merita.  Si giustifichi (o smetta di farlo) come vuole.

Nel mio mondo esistono gli artisti. Tra i quali includo quel sarto, quel parrucchiere, quel meccanico.

E perfino alcuni scrittori.

Che non sanno perché lo fanno.

Che sospettano ci sia qualcosa da difendere in quello di cui non potrebbero fare a meno.

 

“Smetterò di scrivere e dipingerò soltanto

smetterò di dipingere e canterò soltanto

smetterò di cantare e me ne starò seduto soltanto

smetterò di stare seduto e respirerò soltanto

smetterò di respirare e morirò soltanto

smetterò di morire e amerò soltanto

smetterò di amare e scriverò soltanto”.

(Jack Hirschmann)

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2 responses to this post.

  1. Ciao, sono Luigi Riccio del blog http://www.corriereimmigrazione.blogspot.com

    Appena puoi contattami tramite mail, devo chiederti una cosa.

    Luigi

    Rispondi

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