I miei amori – Delmira Agustini –

Son tornati
sopraggiunti da tutti i sentieri della terra
a piangere nel mio letto.
Furono tanti, sono tanti!
Non so più quanti vivano, ignoro chi sia morto
piangerò tutti quanti nel piangere me stessa
La notte beve il pianto come uno straccio nero.
Ci sono teste asciutte, indorate dal sole
ci sono quelle cinte da una spina invisibile
teste come arrossate dalla rosa del sogno
teste come cuscini per imbottire abissi
bramando sulla terra il riposo dei cieli,
c’è quella che sovrasta la fine dell’inverno,
e quella che non riesce a fiutare l’esordio
Mi dolgono quei morti, quasi fossero morti…
Ah!… e gli occhi… gli occhi fanno male, raddoppiano lo spasmo!
Indefiniti, verdi, grigiastri, azzurri, neri,
infiammano e risplendono.
Son carezze, dolore, costellazione, inferno
che al di là di ogni luce, oltre tutte le fiamme
m’illuminava l’anima e temprava il mio corpo.
Mi donarono sete di tutte quelle bocche…
di tutte quelle bocche seminate nel letto:
vasi rossi o pallidi di miele e di amarezza
petali di armonia e rose di silenzio,
in tutti questi vasi ho bevuto la vita
in tutti questi vasi ho assaggiato la morte
Il giardino di bocche velenoso, ubriacante,
in cui bevevo a un tempo quelle anime e i corpi.
Inumidito in lacrime
circondai il mio letto…
E le mani, quelle mani ricolme
di segreti destini e anelli di mistero…
ci sono mani nate con guanti di carezza;
ci sono mani colme del fiore della brama
mani in cui risiede un pugnale mai visto,
mani in cui sussulta l’intangibile scettro;
abbrunite o biancastre, voluttuose o possenti
in loro, in ciascuna di loro, ho incastonato un sogno.
[…] Ah, tra tutte quelle mani ho cercato le tue!
Di tutte quelle teste io voglio la tua testa,
di tutti quegli occhi, i tuoi occhi pretendo!
Sei tu, il più triste tra i tristi, quello che più ho amato
tu, per prima arrivato, venendo da lontano…
Ah, quella tua testa cupa mai presa tra le mani
e le pupille chiare che osservai senza tempo!
Quelle occhiaie affossate dal tocco della sera
e quel pallore strano che ampliai senza volerlo.
Vieni a me: mente a mente;
vieni a me: corpo a corpo!
Dimmi insomma che hai fatto di quel primo sospiro,
dimmi inoltre che hai fatto del sogno di quel bacio…
dimmi poi se piangesti quando me ne andai via…
dimmi infine se vivi… o per caso sei morto…!
Se così fosse
si vestirà di pena lentamente il mio letto
e stringerò la tua ombra fino a spegnere il corpo.
E quel silenzio fitto trafitto dalla tenebra
e quel buio improvviso ferito dal silenzio,
ci veglierà piangendo, piangendo da morire
quell’unico figlio che mi hai dato: il ricordo.

Delmira Agustini (Montevideo, Uruguay- 1886-1914)

(Trad. di M.F.)

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