Una caña con Topolino

Un messicano che conosco, anche lui di passaggio per Madrid, non sopporta gli si parli del caldo. Siamo a Luglio, è solito dire, naturale che sia così. E poi, conclude, comunque a Monterrey fa più caldo.
Punti di vista. Per quanto mi riguarda, attraversare Plaza Mayor all’una di un pomeriggio rovente come pochi, costituisce, perfino per un animale di sangue caldo come il sottoscritto, un atto di stupido eroismo (ammesso che esistano eroismi intelligenti).
Eppure lo si fa. C’è chi si avvale del percorso lungo, sotto il loggiato perimetrale, chi decide di tagliare corto, punta dritto e chi si è visto si è visto.
In mezzo alla Plaza, la statua di Felipe el Hermoso continua da secoli a boccheggiare con regale contegno. Dev’essere effetto del caldo, ma la atmosfera è surreale. Tutt’intorno, sotto un sole che spacca, un fiorire di personaggi che nemmeno a Monterrey.
L’uomo ragno, dal pancione imponente, quasi un Falstaff in calzamaglia. Un lama in lamè. Quel marines spettrale, appena uscito dai sogni più neri di Kurosawa.
E appena più giù, un Topolino di peluche (Ratòn Mickey, per quelli del mondo ispanico) di un metro cinquanta circa, l’unico attorniato da un manipolo di bambini giapponesi. Due scatti, quattro monete nel cestino e tutti all’ombra. Tranne lui. L’ho guardato con ammirazione, passando. Chiunque fosse lì dentro, doveva avere una tempra da leone. Mi chinai per lasciare anch’io una moneta e in quel momento sentii  la sua voce, in italiano. Scusa? Lei (perché era una voce da donna) disse qualcosa, con chiaro accento torinese, mentre puntò un dito sul mio petto. Mi guardai. Indossavo ieri una maglietta regalatami da una amica di Verona in cui c’è scritto: Nella mia città nessuno è straniero. “Anche nella mia”, rifece la ragazza, togliendosi il mascherone.
Una faccia sudata, dal sorriso schietto, emerse da quel forno di felpa. Io ero già in ritardo per le prove, decidemmo comunque di andare a bere una birra.
Meglio, mi disse, tra due secondi svengo.

Ci siamo trovati a parlare di noi, delle nostre vite, del mestiere che condividevamo. Reduce lei di un’infinità di scuole di recitazione, di corsi di mimo, di Commedia dell’Arte. Quel ventaglio di espedienti con cui si tenta di sbarcare l’ infinità di lunari di cui è segnata la strada dei teatranti, all’incirca da cinquanta secoli a questa parte. E il ricorso all’estate madrileño, ospite di un amico, e di quella piazza in cui a nessuno viene in mente di chiedere licenze o lasciapassare di sorta.
Nel bar, dei bambini cominciarono ad avvicinarsi. Ogni tanto lei si rimetteva il testone e improvvisava qualche gag. Poi riprendevamo il discorso interrotto, e tornava ai suoi sogni.
Guardandola mi sono venute in mente le parole di Alan Parker, ai tempi di Fame ( il film, non il suo indecente succedaneo televisivo).
Diceva (vado a memoria) che aveva voluto rendere un omaggio a tutti quelli che non accontentandosi del faticoso percorso dell’esistenza, avevano scelto di sobbarcarsi anche lo sforzo di viverlo in modo creativo.
Non sono del tutto sicuro che si tratti di una scelta. Qualche volta ho concluso fosse una condanna, alla quale, però, nessuno di noi sarebbe in grado di rinunciare.
Per questo provo una istintiva simpatia verso questi poliedrici compagni di viaggio. Mimi, saltimbanchi, musicisti, poeti di strada. Artisti.
Sono gli unici a cui lascio volentieri qualcosa nel cappello, ogni volta che mi capita di incrociarli. Credo di non essere l’unico.
Siamo rimasti d’accordo in rivederci, con Diana, una volta in Italia. Vorrebbe farmi vedere i video in cui fa del teatro “serio”. Ci salutiamo come vecchi amici e vado alla cassa a pagare.

Dos cañas, faccio al gestore.
Solo una, risponde lui, quella del topo la offro io.

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