Madrid ai tempi della crisi

“Non è vero. Il viaggio non finisce mai.
Soltanto i viaggiatori finiscono.
Bisogna ritornare sui passi già fatti, per rifarli
e per tracciare nuove strade accanto a loro.
Bisogna ricominciare il viaggio.
Sempre.
Il viaggiatore torna sempre al cammino.”
J. Saramago

C’è una strada di Madrid che percorro da anni. Sempre la stessa. Non è l’unica, intendiamoci, ma da nessuna parte come su quella via mi sento di essere veramente a Madrid.
Di fronte alla metropolitana Antòn Martìn, Barrio de las Letras, (due euro dall’aeroporto di Barajas fino a qui) ci si imbatte in Plaza Matute. Proseguendo, la prima a destra o a sinistra è già Calle de las Huertas. Io prendo di solito a destra, quando faccio a meno degli impegni più o meno preconfezionati e girovago senza un punto preciso d’arrivo, con tempo intorno, come faccio da sempre, in qualunque città mi capiti di ritrovarmi. Cerco, senza successo, di perdermi, come la prima volta. Come quel primo imbattermi in una magia che mai più tornò a replicare con la stesso incanto (che magia sarebbe sennò?), ma che continuo a inseguire, e a ritrovare a tratti, con toni diversi -a volte più ingenui – in angoli nemmeno sospettati, in indizi lasciati qua e là dai barboni o dalle vecchie prostitute sdentate che bazzicano giorno e notte, instancabili, quell’austero selciato castigliano.
Da Huertas a Calle del Leòn, due passi. Il cinese che gestisce il negozio di alimentari, assomiglia incredibilmente a Sancho Panza e parla uno spagnolo perfino ricercato. Nella via intitolata Lope de Vega, subito dopo il primo incrocio, c’è la casa natale del enorme drammaturgo spagnolo. Fuenteovejuna, Peribañez y el Comendador de Ocaña, El Arte nueva de hacer comedias, e credo qualcosa come altri novecento titoli sciorinati lungo il percorso di una esistenza prodigiosa.
Una strada più in là, continuando per Leòn, e si piomba in Calle Cervantes.
La bottega dell’angolo, che smercia improbabili pantofole per donna, si vanta di sorgere sull’edificio nel quale vide la luce il più immortale dei cavalieri andanti, quell’ Alonso Quijano che avrebbe dato lustri perpetui, un giorno, a un oscuro soldato, reduce della battaglia di Lepanto, monco, depresso e mal messo in arnese.

Domenica mattina, sul presto, sarebbe un buon momento per frequentare questa zona, per leggere e rileggere le frasi immortali di cotanti vicini di quartiere, incastrati a vita in lettere d’ottone tra il granito che i netturbini di colore procedono diligentemente a ripulire e a sgomberare della quantità industriali di lattine di birra e altre amenità residuali gentilmente elargite dalla movida or ora conclusasi.
Sarebbe un buon momento, dicevo, a patto di essere in grado di alzarsi presto dopo un sabato notte in cui a nessuno viene in mente di dormire in questa benedetta città, da sempre, figuriamoci oggi che volano tutti a vista e sono ancora in corso di smaltimento i sacri miasmi della vittoria al mondiale.
Bisogna inoltre snobbare la tentazione del Rastro, beninteso, che oggi si prodiga in omerici richiami di offerte speciali e di introvabili novità.
Se la si fa, potrebbe essere una buona idea l’inoltrarsi a vita in quel dedalo intarsiato di lettere immortali, tra i passi di Quevedo, Benavente, Leòn Felipe, Gòngora, Garcilaso, Tirso, Zorrilla… tutti affacciati alla finestra, o arrampicati sui frontespizi, da secoli, in attesa che qualcuno dei passanti si fermi all’improvviso e decida di pulirsi le scarpe prima di calpestare cotanta regalità.
Qualche isolato più in là si distende El Prado, a destra la stazione di Atocha e il museo Reina Sofia, quello che custodisce il Guernica, tanto per capirci.
Domenica mattina, dalle 10 alle 14, 30, in entrambi l’ingresso è gratuito. Fate voi.
Di ritorno, in Plaza Santa Ana, alle spalle della statua di Lorca, per tutto luglio e agosto la pinta di birra costa soltanto un euro. Di solito finisco lì. Leggo il giornale e penso alla crisi in corso. Non so perché, mi sembra che da questi parti si siano accorti prima del suo arrivo, e abbiano deciso di viverla in un modo un po’ più allegro.

Ah, il bar si chiama Los cien montaditos. Non spargete troppo la voce. Trovare un tavolo libero diventa ogni giorno più difficoltoso.

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