Narragonia Express

Vista da fuori, la situazione italiana appare ancora più desolante. Vai a cercare di convincere gli altri che c’è un altro paese all’interno di questa sorta di melodramma mal riuscito in cui tutti, bene o male, ci siamo ritagliati una particina. Quello che appare, a ogni levata di sipario, è il ritratto impietoso di una nave dei pazzi alla deriva in un fiumiciattolo limaccioso, con un buffone saldamente al comando e l’illusione promessa di una città inesistente in cui ciascuno arriverà a piantare la propria bandiera, a creare un proprio codice di valori, una propria idea di libertà, di etica, di morale, in barba a qualsivoglia convenzione universale. Narragonia, appunto.
Ci parlo spesso, in questi giorni, col barista sotto casa, a Madrid, propinatore di alcuni tra i peggiori caffé mai bevuti in vita mia. E col libraio della calle Huertas. Perfino col portiere del teatro in cui faccio le prove, che sostiene di avere captato al volo un forte accento italiano nel mio spagnolo ormai di seconda mano e d’allora non mi risparmia. E la domanda è sempre la stessa: Come è possibile che sia successo? Come avete potuto accettarlo? E io, a dire la verità, mi sono stufato di sciorinare la stessa solfa. Di continuare a scomodare Verdi e Garibaldi, Camillo Benso e i fratelli Bandiera, il Barbiere di Siviglia, le quattro giornate di Napoli, le cinque di Milano, la settimana bianca e la quattordicesima mensilità, Eco, Valentino Rossi, Saviano e Camilleri, un certo angolo della città di Como, a un’ora precisa della notte, Roma, ancora vergine, nonostante l’assalto dei barbari travestiti da preti, politicanti e dalla marea nera di bare semoventi di lamiera, un gruppo di ragazzi dallo sguardo pulito in un liceo di Ferrara, i loro insegnanti, che continuano a fare onore a una professione di fede verso la vita, due giudici fatti saltare in aria sulle strade di Palermo, e quell’aria, che non tornò mai più ad essere la stessa, un mio fratello che non si fa “gli affari suoi”, come tutti insistono a consigliargli, altri che continuano a sperare, e sperando soffrono, si logorano, marciscono, ma non vendono l’anima al migliore offerente…
Ormai non dico niente. Certe cose bisognerebbe viverle in carne propria per capirle.
Loro poi, leggono i giornali, che anche quando riportano verità inoppugnabili, fatti concreti, veramente accaduti, devono prescindere per forza di cose del contesto in cui quelle verità si avverano, e finiscono sempre per togliere qualche fetta di sincerità alla realtà più palese.
Ieri, per esempio, nella pagina internazionale di un periodico della capitale, si parlava della situazione politica francese. Sospetti di tangenti, ruberie istituzionali, conflitti di interessi, corruzione di alto bordo. Il titolo dell’articolo era: Quando la Francia assomiglia all’Italia.
Quella che di solito mi lascia senza parole, però, è la domanda: Ma l’opposizione, nel frattempo, cosa fa?
A dire la verità non lo so. Ogni tanto si vede in televisione, quasi a ribadire la sua esistenza in vita. Per il resto, la desolazione più assoluta. Alcuni di loro cominciano ad assomigliare pericolosamente al pericolo che sostengono di voler combattere. Quel compito per il quale noi, comuni mortali, continuiamo a pagare loro un salario. Sempre agli stessi. Da circa mezzo secolo.
Di oggi la notizia dello sciopero organizzato ieri dalla stampa per protestare contro la legge bavaglio. Tutti volontariamente zitti per rivendicare il loro diritto a parlare, per lottare contro chi vorrebbe zittirli.
Non so come la pensate voi, a me è venuta in mente la barzelletta di quello che si tagliava l’uccello per fare un dispetto alla moglie.
Gliel’ho raccontata stamane al barista sotto casa. Ha riso per mezz’ora.
Oggi il suo caffé è peggio ancora di quello di ieri.

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