FATTEBENEFRATELI

Oggi è fatta, ti dico, su cretino, è fatta!, non so perché ma, guarda, quasi quasi mi viene da ripensare con tenerezza i giorni andati, quelli in cui dopo l’infinita coda sulla strada, fianco a fianco con tutti i mondi che vengono dopo il primo e il secondo (beati voi), comunque, dicevo, quando alla fine arrivavo a quella scrivania marrone, cuore regolarmente alle tonsille e stomaco in salamoia, giusto in tempo per sentire dalla bocca del nonostantetutto benamato Maresciallo Paper: “Torni domani”, più che dette sputate e con negli occhi uno strano bagliore rossonero; qualcuno m’insinuò all’orecchio, un giorno, che con tale espediente il Maresciallo sbrodolasse nelle giuggiole e che qualche volta, addirittura, soprattutto di venerdì, raggiungesse una sorta di orgasmo che le ringalluzziva l’intero fine settimana, ma và là, scht, andiamo, che io non ci casco su fanfaluche del genere, io ho continuato, imperterrito, neisecolifedele, a sorridere come un guanaco e a rispondere, riverenziale: “cerrrrto, a domani Maresciallo e grazie, grazie, grazie infinite, gra…” ma oggi, porcoduncane, oggi è diverso, non ci sono ca…! cazzo, per poco non mi scappa una parolaccia, oggi sono in punta, in pole, voglio dire, son chì, davanti al tavolo marrone mezzo tumulato sotto l’alluvione di cartelle e di fascicoli, imborrati, gonfi, strapieni di scombinati, i Mohamed, gli Ataturk, i Juan Perez, i bingobongo,
“nato a: Boh? Vàacapire, sposatocelibeabbandonatononlavoralavoricchiacazzofa?
mah! condimorafissa – senzafissadimora -accusa reumatismi vari -noia -predisposizione all’inzuppo indiscriminato- confessasi onanista a tempo pieno – detiene fotografia di tale Kemal Ataturk (ah!), sopra comodino – turca in bagno – gatto sotto letto e piumiffero pregiato tra le gambe,- tutti extracomunitari, òfcòrse – dichiarasi negro – ballerino e mangiatore di cous-cous …- ” ma la mia non c’è, non c’è, dove minchia sarà?, scusate, oeilà!, arriva il Maresciallo., “Buongiorno Maresciallo”, oddio! ha risposto! almeno così mi è sembrato, e sorride, sì, sorride!, mi attacco alla scrivania per non svenire, oggi è la mia giornata, oggi esco di qui col permesso di soggiorno, di Essere, da oggi Sarò, basta tornidomani, mai più, almeno per ora, grazie, grazie Maresciallo, devo tutto a lei, ops!, lui mi fissa e diventa serio di colpo, m’assale il dubbio che quel sorriso non fosse indirizzato a me, mi guardo attorno, alle mie spalle sosta una mulatta formosa coi denti d’ossidiana, sorride pure lei, accidenti, l’avevo detto che era il mio giorno!, “Cosa vuole?”, sferra il Maresciallo, io tendo tremante il passaporto, la carta da bollo, le fotografie, “Sì, sì, lo so, non sono venuto molto bene, prometto di impegnarmi la prossima volta”, il nulla osta, il certificato di nascita, il contratto di lavoro e in fondo, surrettiziamente, la stampetta di San Cono – santo uruguaiano di cui una volta devoto – ma il Maresciallo non mi guarda, manco di striscio, scruta la mulatta avantindrè e già che c’è mi fa pervenire un “Aspetti là!” che mi prende proprio tra occhio e occhio e m’incolla al lato destro della scrivania, il sorriso minerale sembra ora un valico alpino, il Maresciallo si scioglie, lei lo raccoglie con un cucchiaino da gelato, lo lecca piano, pianissimo e alla fine riparte spostando correnti d’aria e provocando alluvioni, smosse ed allagamenti, con quelle natiche di granito alte, senza la linea di galleggiamento che differenzia il culo caraibico da quello mediterraneo e che sembra fatto apposta per ottenere permessi di soggiorno, di essere, di non tornare domani, ma lescèsonfè, il Maresciallo tronca il ghigno, così, senza preavviso, abbassa la serranda e non ce n’è più per nessuno, ma dalle ultime file si insinua la gorda, voglio dire, la signora grassa dalla scollatura generosa e il pacchetto infiocchettato sotto l’ascella che in un baleno è già sopra la scrivania, e in due sospiri dietro, il Maresciallo torna a sorridere, sorrido anch’io, sollevato, la gorda, voglio dire, la sciura della scollatura grassa se la ride alla grande e promette il prossimo longplèi con la dedica dedicata … insoma, e pechè non vieni a prendere tu a casa mia e magari si potrebe bere qualcosina insieme tu e mè, “Ma signora mia, ma quando mai, lei vede che lavoraccio qui, schiavo sono, neanche il tempo per respirare, tutti qui vogliono venire, potesseroammazzz…, e fossero al meno tutte personcine per bene come lei, ma le dico la verità, arriva certa gentaglia …!” e non so sarà la mia immaginazione, ma mi sembra di ricevere un’occhiataccia qui, proprio sull’occhio destro, una di quelle che ti mandano fuori dal ring per tutta la conta e vàadàviailcul, ma no, no, è soltanto una mia idea, una fissa, ma andiamo, ma dove siamo?, la tonda, scusate, la cantatrice gorda se ne va, spostando anche lei un fronte d’aria fredda e pure un senegalese che alle sue spalle cerca di decifrare le benedizioni in stretto ragusano che gli sta rivolgendo da un quarto d’ora un funzionario dietro al bancone, e sono già le dieci, adesso mi chiama, lo so, lo sento, oggi non ha pronunciato un solo Torni domani, e perché dovrei essere io il primo? e perché cazzo non cerchiamo di pensare positivamente? chiedo scuse, il Maresciallo è diventato di nuovo scuro, si vede che ha tanti pensieri, e questo chi è? oh Dio mio…oh mio Dio… un maricòn! nooo, vade retro, fermo lì, dài, cerca di capire, non ho niente contro la categoria ma il fatto è che me lo metti di cattivo umore, vai fuori dalle palle, almeno aspetta che ti chiami, aspet…! ma niente, il buco, scusate, il bruco s’accosta sfarfallando all’impazzata, senza badare agli altri, a noialtri, che poi paghiamo il conto, il Maresciallo lo vede, lo punta, sarò stronzo, scusate, ma sto quasi godendomi la scena, adesso me lo sbrana, me lo massacra, me lo fa a pezzi, Cosa vuole? spara, ed è già come un missile a bruciapelo, ma il biondo con l’orecchino non si ritrae, anzi, tira fuori un biglietto, lo dispiega sopra la scrivania con parsimonia, neanche fosse il sigillo reale, l’asso nella manica, il corredo della nonna, il Maresciallo si sistema gli occhiali, prende il pezzo di carta, lo legge, lo annusa, lo palpeggia e quando si toglie la montatura… pazzesco! non è lo stesso uomo di prima, ma Maresciallo, ma come? gli sta offrendo la mano? e le malattie? e quel suo proverbio preferito, quello del cammello, i culastri e la cruna dell’ago? e lui che avverte il mio stupore mi incenerisce con lo sguardo fino a farmi diventare piiiccolopiccolo, un bonsai sudamericano all’ombra della montagna di cartelle, e quello con l’orecchino fila via sventagliandosi la faccia, e non so, ma per un momento mi sembra che il ventaglio sia … sì, sì, lo è, è lui, il permesso di soggiorno, di Essere… ma toccherà anche a me, lo so, lo sento, dopo tutto sono soltanto le undici del mattino e io sono in coda da non più di una settimana, cosa cavolo pretendo? ora tocca a me, lo so, lo sento, devo calmarmi, forse non filano tutti quelli che stavano dietro di me e non escono tutti con il loro bel permesso stampato in faccia? ma sì, è meglio se mi fumo una sigaretta, l’ultima, giuro, questa è l’ultima, pooorcamerda!, scusate, non ho da accendere, ecco, quel funzionario che fuma l’avana, ecco, chiedo a lui, calma, stai calmo, calma, avviciniamolo con calma, cerca di arrivargli al cuore, di parlare senza accento, scegli bene le parole, vediamo: “Eeescusi, mi faaa…rebe a cendere?” non è che mi viene: “Tiene fuego?” come l’ultima volta, e lì sì che rischio il culo, no, è meglio fare soltanto un gesto, lui capirà, m’avvicino piano, il soggetto mi guarda, mamma mia quanto è grande!, e con quel sigaro sembra Alcapone, zitto, zitto cogliùn, che tutto traspare, ho un principio di cascate del Niagara sulla schiena, sono già qui sotto la ciminiera, appena se ce la faccio a non tossire, lui mi guarda negli occhi, io nella cravatta, accenno un gesto, quello universale che sta a significare: “Ha da accendere?” oddio, continua a guardarmi, sono in apnea, vorrei fiatare ma non ci riesco, adesso glielo dico, dicoo, gli dico…: “Miffà acendere, perfa vore?” lui aspira il rocchetto come se fosse l’ultima azione della sua vita, apro la bocca, raduno tutta l’aria che giace nei miei polmoni e … “Cazzo vuole?”, dice lui, e io, preso così alla sprovvista, col pieno di gas e la sigaretta in mano, sparo senza pensare: “Mi… per…messa laaa soggiorna?” e cerco subito un buco dove sparire, ma è un momentaccio e non si trova un posto neanche a pagarlo oro, quindi, con la sigaretta disintegrata tra le dita: “Chiedo escuse”, gli dico, “Volevo acendere laaa …” e lui, senza farmi finire “E’ vietato fumare, non lo sa?” e io “Escusi, segnore, no… non sapevo… grasie, grasie infinite per l’informasione…”, siamo in questo e quello in amena conversazione quando mi viene da buttare un occhio verso la scrivania del Maresciallo Paper, ma và! è vuota, voglio dire, non c’è più nessuno in coda, il Maresciallo è libero, vuol dire che tocca a me, lo so, lo sento, è il mio turno, in volata raggiungo il mio angolo a destra della scrivania, cercando di non farmi tradire dall’ansia, dominati, mi dico, rilassati, ricorda il trainning autogeno: “Io sono perfetamente calmo…io sono perfetamente calm…”, il Maresciallo sistema pezzo per pezzo tutto quanto si trova sul suo piano di lavoro, una e un’altra volta, prende gli occhiali, li alita, li pulisce, sembra rilassato, si vede che non è più adirato, sta ancora pulendo gli occhiali con un pezzettino di stoffa, il mucchio di cartelle somiglia un po’ alla scarica di Cerro Maggiore, si mette gli occhiali in tasca, sbaglio o sta canticchiando tra i denti?, mi guarda, forse mi illudo, ma c’è della simpatia in quel suo sguardo, apre la bocca, “Voleva?”, mi dice, grazie, grazie Maresciallo, grazie per il tono così rassicurante. “Niente, è… per il permeso …” sussurro io … lui guarda il suo orologio. “… Di soggiorno”, deglutisco, di Essere, penso tra me e me, lui guarda ancora, ma stavolta, quello grosso, sul muro, non scommetterei, ma mi sembra un bulova, prende il mio passaporto, mi fissa, scruta la fotografia e fa, forse, una piccola smorfia di disapprovazione ma comunque allunga la mano e squarcia l’aria un riflesso argenteo quando stampa il timbro sulla pagina bianca con un colpo secco che gli sconvolge la pettinatura, poi riguarda la carta, la colpisce ancora e mentre interroga, rapito, quel magico minuscolo stampino di gomma in grado di schiudere ogni porta e di spalancare tutte le finestre, un sorriso appagato gli sorprende in bocca e gli fa risollevare gli occhi, stranamente lucidi, acquosi, non vorrei sbilanciarmi, ma c’è addirittura della dolcezza mal nascosta in quelle stanche orbite istituzionali, “E’ finito l’inchiostro”, mi dice, “Torni domani”.

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