La mia storia –

Tutto è biografia, sussurrava Saramago una notte a Firenze. O a Lisbona. O forse ad Azinhaga, nel Ribaltejo portoghese. Anzi, tutto quanto accade intorno a me è parte della mia auto-biografia.
Ogni cosa mi appartiene, nel bene e nel male, perché sono parte di questa storia che scorre accanto a me.
Perfino l’orrore, quello vero, che imparammo a cancellare delle nostre giornate così come si faceva con quello irreale, da bambini, che annidava dietro le porte socchiuse degli armadi e le stamberghe del buio.
E abbiamo preso a nolo, crescendo, un suo succedaneo di cartapesta, che liscia a dovere la nostra coscienza in una successione di fotogrammi talmente nitidi da restare fuori del nostro quotidiano, per consegnare il tutto al terreno rassicurante del dramma altrui, quello dal quale noi per fortuna saremo per sempre esenti, quello che non ci appartiene, quello anni luce dal salotto di casa appena lucidato a nuovo, quello che potremmo al massimo cercare di comprendere, o compatire, persino biasimare, quello che lasciamo stare, va a capire in verità come sono andate (come vanno) certe cose.

Ho avuto l’onore, anni fa, di prendere parte a uno spettacolo del Living Theatre, a Milano. Quel mitico ensemble di coraggio e di partecipazione sociale, di attivismo culturale fatto voce, corpi, sensazioni, messo in piedi da Julian Beck all’inizio degli anni settanta.
Non c’era più il vecchio Julian, morto da qualche anno. Al suo posto, Judith Malina, sua moglie, come lui attrice e regista, come lui ebrea, dirigeva le operazioni.
C’erano tutti i vecchi compagni di una storia condivisa, ebrei anche loro, anarchici. La maggior parte espulsi come indesiderati da Israele, in un certo momento della loro vita, per via di un pensiero che faceva fatica ad uniformarsi a quello ufficiale. Così mi sono trovato immerso nella in quella storia.
E capii che era anche la mia.
Celebrammo allora il Seder di Passover, la pasqua ebraica, nel foyer di un teatro del centro. Noi ufficianti seduti in mezzo. Intorno a noi il pubblico, tra il quale una folta presenza della comunità ebraica milanese. Tra questi molti religiosi, quelli della ortodossia più recalcitrante, dallo sguardo severo e il dogma a portata di mano.
Successe a metà della rappresentazione. Il capo famiglia, secondo il rito, alza il calice e invita a parlare della liberazione. Nel rituale ebraico si fa cenno alla liberazione del popolo di Israele. Nella nostra visione, l’invito era rivolto a quanti volessero parlare della libertà, senza limiti di sorta, né di bandiera. Lo abbiamo fatto noi, attori, e l’hanno fatto successivamente alcuni tra quelli seduti in platea. Uno di questi, ebreo anche lui, cominciò a leggere un brano di Primo Levi, ma inneggiando alla liberazione della Palestina. Qualche frase, e cominciarono a volare gli insulti. Altre ancora, e quell’uomo rischiò il linciaggio. Cercai di interpormi tra lui e uno degli ortodossi che s’era avventato bastone in mano, ma Judith mi richiamò all’ordine, col suo fare consueto, imperioso e cordiale, e con gli occhi mi disse Lascia stare, lascia che succeda quello che deve succedere.
Non ci furono feriti alla fine. Il tutto si concluse con uno sventolio di abiti neri in veloce uscita e l’abbraccio finale con quanti rimasti in sala.
Judith Malina si avvicinò, sorniona, mi diede un bacio e mi disse Questo era solo un assaggio di quello che si vive quotidianamente da quelle parti, è bene che tutti abbiano potuto vederlo.
Pensai allora allo sguardo di quel rabbino con il bastone in mano pronto per colpire chi la pensava diversamente da lui. Anche se si trattava de un suo “simile”, di un suo “connazionale”, di un uomo professante – pressappoco- il suo stesso credo.
Ma conclusi poi che non era per niente vero.

Ci ripensavo tempo fa, leggendo una notizia secondo la quale alcune associazioni di diritti umani hanno chiesto che il rabbino capo dell’esercito di Israele, tale Avichai Rontzki,e altri religiosi vengano messi sotto accusa per apologia del razzismo perpetrata contro la popolazione palestinese, durante l’operazione Piombo Fuso.

Alcuni messaggi diffusi dal religioso alle truppe prima di entrare in Gaza, apparivano piagati di riferimenti biblici e di libera interpretazioni della legge talmudica, ma anche di propaganda razzista e di incitamento all’odio verso i palestinesi.
Avichai Rontzki , che oltre ad essere il rabbino capo dell’esercito, è un colono dell’insediamento di Itamar, in Cisgiordania, proclamava perle come quella che “Avere pietà del nemico equivale ad esercitare crudeltà verso i tuoi onesti concittadini e i tuoi valorosi compagni”. Che “questa debolezza sarebbe una indecorosa immoralità”. Che “questa è una guerra contro degli assassini, e gli assassini vanno cancellati dalla faccia della terra”. Che “la Torah vieta di rinunciare a un solo millimetro della terra di Israele”. Che “i palestinesi, e i loro amici, devono essere trattati come i biblici filistei, invasori della nostra terra, e quindi annientati…”

No so come sia finita la faccenda del rabbino. Se sia stato rimosso dall’incarico o se continui ad illuminare la coscienza dei suoi preclari parrocchiani. So com’è andata invece l’operazione Piombo fuso. Le miglia di morti, i corpi bruciati dalle bombe al fosforo, interi quartieri dei poveri più poveri del pianeta rasi al suolo.

Gli israeliani sono soliti definire Gaza come Me’arat Nachashim. Un nido di serpenti. Forse per questo si sentono autorizzati ad annichilirla.
O forse sono parole come quelle del rabino capo a togliere dalla loro strada gli impicci della con-temporaneità. Della connivenza acritica e pedissequa con i fatti. Perfino con quelli ai quali non hai partecipato di persona, ma che sono lì, a portata di sguardo, basta voler vedere.
Forse è gente come quella che candeggia la loro coscienza, che permettere loro di riposare in pace, di professare la propria fede, di accarezzare i loro figli, alla fine di una lunga giornata.

A me, che la fede l’ho persa secoli fa, continuano a gironzolare in testa i mormorii di Saramago.
Questa è anche la mia storia.
E non mi lascia dormire.

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