Chiamateci Esseri umani, miserabili…


I nonni arrivarono dal mare, dicono.
Parlavano in modo strano e guardavano con un occhio solo, perché l’altro continuava a fissare una terra rimasta indietro, che aveva preso ad allontanarsi, ogni giorno di più.
I nonni, dicono, sono nati qui.
Avevano il colore della terra cotta, e deambulavano notte e giorno alla ricerca di un paradiso che una volta c’era e che ormai non trovavano più.
Sarà perché dall’ impasto dell’una e dell’altra malinconia siamo nati noi. Maestri nell’inconsistenza. Predatori d’aria e di utopie. Camminanti del nulla.
E di questo ne andiamo fieri.
Sarà perché alla festa arriviamo sempre tardi. Extrapane. Extravino. Extrasalario. Extramondo. Extraterra. Extrapianeta.
Extravaganti…
Sarà perché siamo tutti figli della stessa madre, ma di padri ne abbiamo conosciuti tanti, tanti, che ormai abbiamo perso il conto.
Bastardi.
E di questo ne andiamo fieri.

In verità bisogna avere una buona dose d’idiozia, di tempo da buttare via, bisogna vivere proprio nella luna per perdere più di cinque minuti con queste nostalgie perfettamente liquidabili a stretto giro di posta
Avventurarsi nel bel mezzo dell’ incendio, a riscattare bauli e casseforti. Fazzoletti d’Alcàntara, cristalli di Boemia. Principi e principessine di Golconda o della Cina, zoppicanti e senza manovella. Nonni della Puglia o della Galizia, di Dahomey o Tucumàn. Col cuore stanco e gli occhi annuvolati a forza di guardare lontano. Gringos, tanos, gallegos, turcos, judios, porteños y cabecitas negras. Montevideanos y canarios. Inutile andare a cercare mappe del tesoro o alberelli genealogici rasi al suolo tra serpentine sradicate e migrazioni di massa in piena foresta tropicale.
Forse c’è un altro mondo all’interno di questo, ma bisognerebbe smontare tutto e ricominciare dal principio…

Sarà perché… siamo duri di comprendonio ma siamo sempre lì, a cercare il bandolo alla matassa, l’ago nel pagliaio, la pagliuzza nell’occhio altrui… a spaccare capelli in cinquemila pezzi.
Sarà perché siamo rimasti da sempre a metà strada. Un orizzonte a manca e un altro a destra. A corto di benzina, di pane, di argomenti…
E di questo ne andiamo fieri.
Sarà perché, come dice un mio fratello, a Lima: abbiamo in uno dei nostri occhi, molta pena.
E anche nell’altro occhio, molta pena.
E in tutti e due molta pena… quando guardano.
Sarà perché, come dice un altro mio fratello, a Cuba, siamo eternamente sulle tracce di un’Utopia che vediamo lì, a portata di mano, sulla linea dell’orizzonte. Facciamo un passo verso di lei, e lei ne fa un altro in direzione contraria. Possiamo brigare la vita intera nel tentativo di raggiungerla, ma Lei sarà sempre un passo davanti a noi.
A cosa ci serve, dunque, l’Utopia?
Proprio a questo: a farci andare.
O sarà forse perché, a torto o a ragione, siamo convinti che non tutto sia ancora perso finché avremo il coraggio di proclamare che abbiamo perso tutto e che bisogna ricominciare dal principio.

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