Il giorno della memoria –


Oggi 27 gennaio 2010, a mezzogiorno, mi fermerò per un minuto. E’ una ricorrenza importante. Commemora il giorno e l’ora in cui una pattuglia dell’esercito sovietico arrivò nei pressi di un campo di sterminio nazista, nel ’47, e restò ammutolita davanti all’opprimente presenza di un’atrocità nemmeno concepibile. Questo è il giorno della memoria.

La mia memoria, però, è vasta. Abbastanza per continuare a provare profondo orrore per lo sterminio del popolo ebreo, per la sua persecuzione in diversi momenti di una storia che è sempre stata nostra. Abbastanza vasta per sentire tristezza e esecrazione verso le deportazioni di massa, verso qualsiasi deportazione.

Per i ghetti e per i progrom.

Per le ideologie e per le religioni attraverso le quali alcuni esseri umani arrivarono a sentirsi superiori ad altri esseri umani. A diventare loro carnefici. Abbandonando, forse per sempre, ogni parvenza di una umanità alla quale, comunque, erano stati una volta destinati.

Continuerò a provare tanto vergogna quanto umiliazione, perché di quella umanità io sono parte. Ognuno di loro è me stesso. Ciascuno di noi in qualche modo è morto, di quelle morti.

Di questa memoria facciamo tutti quanti parte.

Ma la mia memoria è vasta, dicevo (qualche pur minimo vantaggio dovrà portare l’età)

Abbastanza per continuare a ricordare tutti gli olocausti che continuano a perpetrarsi secolo dopo secolo.

Quello delle popolazioni indigene del continente americano, sterminate dalla cupidigia degli europei, e dai comandamenti di una chiesa cattolica che negò loro un’anima, dando inizio a una carneficina lunga tre secoli, nella quali scomparirono circa centocinquanta milioni di esseri umani.

Quello degli Armeni, consumato dai turchi agli albori del ventesimo secolo.

Quello di quanti vennero massacrati insieme agli ebrei, per mano dell’esercito nazista,  nell’indifferenza totale degli altri stati del mondo civilizzato.

Parlo dei Rom, dei Sinti, dei Comunisti, degli Omosessuali, dei Malati di mente, dei Testimoni di Geova, dei Russi, dei Polacchi, degli Slavi… Di quella massa immane di umanità  la cui cifra stimabile si aggira tra i dieci e i quattordici milioni di singoli individui.

Parlo dei campi di sterminio congegnati da Stalin, negli anni trenta. Della mattanza dei Kulaki, nome che in pochi conoscono, o meglio, ri-conoscono come appartenente a un popolo.

E verrebbe da chiedersi il perché.

Parlo della Cambogia, e dei suoi due milioni di persone annientate, su una popolazione totale di sette milioni e mezzo.

Parlo dei Curdi.

Parlo del Ruanda.

Della Nigeria.

Del Biafra.

Parlo delle migliaia di morti provocate dalle dittature sudamericane negli anni settanta, spesso sostenute da governi che oggi si precipitano a salire in cattedra quando si tratta di disertare in materia di democrazia.

E parlo del Popolo Palestinese.

Che continua a morire, giorno dopo giorno. Di indifferenza e di inedia. Di bombe e di rapina. Quel popolo che una volta abitava un paese, e che la coscienza sporca della Comunità Internazionale costrinse in una prigione.

Il campo di concentramento più grande della storia.

Oggi è il giorno della memoria. A mezzogiorno mi fermerò. Smetterò di scrivere, per un minuto. Di parlare, di bere il caffé. Oggi, a quell’ora, non risponderò al telefono.

Perché?

Perché quello di oggi è un giorno importante.

Il giorno della memoria collettiva.

Il giorno di tutti i nostri morti.

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