Versi del camminante – Leòn Felipe


Cambio di agonie come di vestiti, io non chiedo al ferito come si sente, mi trasformo nel ferito.
Le sue piaghe si fanno livide sul mio corpo mentre lo guardo, appoggiato al mio bastone.
Quell’uomo seduto davanti al giudice, accusato di furto, sono io; e quel mendicante pure…
Guardatemi, allungo il cappello e chiedo indecorosamente un’elemosina…
E se sono quel ladro condannato per furto, e quel mendicante che allunga il cappello e chiede indecorosamente un’elemosina, sono anche Giona e Giobbe e Prometeo e Cristo… e tanti altri ancora. E finché i poeti non riusciranno a dire questo senza orgoglio né umiltà e senza che gli altri si scandalizzino, perché non è che un segno di vicinanza e di empatia verso la angoscia e la speranza di tutta la creazione, la poesia resterà paralizzata nelle loro mani.
Il verso che viene prima del mio è una torcia che mi consegna un poeta che mi stava cercando, e il verso che verrà dopo il mio è una luce che continua ad accendersi e ad accendere altri fuochi nelle ombre dense di questa notte, e delle notti che verranno…

Poeta
non dal tuo cuore
o dal tuo pensiero
né dal forno divino di Vulcano
sono uscite le tue ali.
Dalle mani degli uomini sono nate
e sono stati gli uomini
tra le tue costole
a conficcarle
La mano di un fratello
ha inchiodato i suoi sogni
sul tuo fianco.

Leòn Felipe (Zamora, Spagna, 11 aprile 1884 – Città del Messico, 18 settembre1968)
Versi e orazioni del camminante.
(Trad. di M.F.)

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