IL colore viola-

Ero anch’io, idealmente, tra quei cinquecentomila, seicentomila, un milione? (novantamila per la questura) che sabato scorso si sono riversati sulla capitale per chiedere la fine di un ciclo. Idealmente, dicevo. In realtà ero a Como, e dovevo prendere un treno. Possono sembrare ininfluenti entrambi i fatti, ma in qualche modo mi hanno cambiato la giornata, l’umore, e abbassato notevolmente il livello di autostima.
E’ una piccola stazione, quella di San Giovanni a Como. Viene presa d’assalto il sabato pomeriggio dai milanesi che scappano dalla fuliggine della città e dai Comaschi che, viceversa, vagheggiano una serata sotto l’ombra appena indovinata della Madonnina.
Sabato mattina, però, siamo in pochi. Tre o quattro parrocchiani in attesa del treno, un tizio che brontola con la macchinetta obliteratrice, lo sbadiglio del bigliettaio che magari si chiede cosa ci sta a fare lì. C’è anche una donna con un bambino in braccio. Non lo noto subito, voglio dire, non ci penso, ma è una zingara. Me ne accorgo dopo un po’, voglio dire, ci faccio caso, perché arriva un poliziotto e comincia a inveire nei suoi confronti. No si capisce perché, ma vuole costringerla ad andare fuori. E’ giovane, il poliziotto. Avrà sì e non venticinque anni. Incede col passo sicuro, lo sguardo fiero. Non fosse per il contesto potrebbe sembrare una replica dell’Ok. Corral, in versione villaggio turistico. Fuma spensieratamente, attorniato com’è dai richiami affettuosi dei cartelli che invitano a non fumare. Quella donna non capisce, in verità nessuno di quelli che assistiamo alla scena riusciamo a capire il motivo. Ma deve levare l’ingombro. Continua a ripeterlo l’agente. In crescendo. Aggiungendo man mano altre perle. Devi toglierti dai coglioni, capito? Andate a lavorare, pezzenti! Arriva il marito della donna, che era andato al bar. Neanche lui capisce, ma gli si presenta il quadro subito chiaro. Protesta, s’indigna. Il poliziotto, dicevo avrà si e non venticinque anni. Lo sguardo fiero. Un cenno di disprezzo verso quella sottocategoria umana disegnato in bocca. Si guarda intorno, come a segnare in cerchio il territorio. Guarda me, che sto osservando la scena. Ora la sua attenzione si sposta. Mi fissa, come chiedendomi Cosa c’è da guardare? Io guardo lui, sto per dire qualcosa. Mentre lo faccio mi viene in mente un episodio simile nel quale sono incappato più di un anno fa, e per il quale avrò l’ennesima udienza in tribunale tra due settimane. Penso al consiglio degli amici, agli ammonimenti del mio avvocato, alle ragioni del buon senso. Non dico niente. Mi guardo intorno anch’io. La coppia con il bambino è andata via. Il poliziotto finisce la sigaretta, la butta per terra, se ne va anche lui. Quello che prima brontolava con l’obliteratrice mi passa vicino e scuote la testa. Accenna un mugugno, “neanche ai tempi del fascismo…,” qualcosa del genere. Tanto per dire. Io salgo sul treno, che sbuffa sul binario. Non mi ricordo più nemmeno dove sto andando. Ogni cosa ha perso significato. Lo riprenderà tra poco, di questo non c’è dubbio. Ma in quello spazio rimasto vuoto tra una e l’altra cosa, s’accalcano le domande. Forse un giorno finirà questo ciclo. Sarà perfino un giorno colorato in viola. Ma quanti dovranno concludersi prima che le cose tornino ad essere come sognavamo che fossero una volta. In quale colore declinerà il Leghismo e l’aberrazione dei tanti Ismi che diventano metastasi giorno dopo giorno fino a quando non ci sarà un brano di tessuto sano sul quale rivendicare appartenenza? Berlusconi se ne andrà, prima o poi, di questo non vi è dubbio. Ci penserà un colpo di viagra o un rigetto post-operatorio. Ma quel brodo primordiale dal quale è nato, sparirà anche lui? E’ stato lui a creare questo popolo, o è stato il contrario? Quanto siamo cambiati in questi anni, tutti quanti? Persino quelli come me, “Italiani dilettanti”.
Fuori dal finestrino la nebbia incalza. Mi sono rimasti in bocca un sacco di parole. Sto cercando di inghiottirle da un pezzo, ma non ci riesco. Ho un senso di miseria umana in tutto il corpo. Starò diventando un cittadino medio, mi chiedo? No, stai diventando un vigliacco. Forse è ora di cambiare paese.

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One response to this post.

  1. Posted by Du on dicembre 7, 2009 at 5:32

    “ho un senso di miseria umana in tutto il corpo”. ti rubo le parole, milton, perché sono quelle che mi risuonano dentro dopo aver letto questo tuo articolo. e dopo le volte in cui anch’io mi sono trovata ad essere una testimone vigliacca e silenziosa di qualche improvvisato giudizio sul valore umano basato sugli aspetti più immediati e magari più fuorvianti. la presunta richezza ci rende poveri, oserei dire miseri. e lo siamo ancor di più cercando di nascondere il nostro personale senso di miseria puntando il dito su qualcun altro, ovviamente apparentemente molto più misero. bersaglio facile dove impunemente sfogare la porzione della nostra personale miseria umana. che poi, in un modo o l’altro, si estende come una macchia d’olio. e finiamo per imbrattarcene tutti.

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