L’urlo


E’ passata un po’ d’acqua sotto i ponti. Poca, ma è passata. Quanto basta a trascinar via la risacca di un cordoglio nazionale sempre più al passo coi tempi. Il caso non appare più sulle prime pagine dei giornali, comincia quindi a non esserci mai stato. A non essere mai successo. Nei salotti televisivi, intanto, si continua ad gridare a squarciagola nel tentativo di stabilire un principio fondamentale: quello secondo il quale bisognerebbe abbassare i toni. Il Presidente della Repubblica, sulle orme di Zarathustra, ha parlato. E i lavori di traduzione delle sue parole va avanti a ritmo serrato. Secondo stime ufficiali, non saranno ultimati prima della prossima primavera. Ha parlato pure il Presidente del consiglio. In bielorusso, con Lukashenko, un altro unto dal Signore. Pare si siano capiti benissimo. Quando si dice le affinità. Poi ha parlato, seppure a bassa voce, il Presidente della Camera. E vai col liscio, a reti unificate.
Per finire è stato accalappiato qualche trans -della cui esistenza prima non erano state rinvenute tracce- e prontamente rimpatriato, in portoghese. Nei salotti imperversano da qualche giorno, inarrestabili, la nipote del duce e le corna della moglie di Tiger Woods.
Che altro si può chiedere alla vita?
Dell’assassinio di quell’ometto fragile, caduto una notte nelle grinfie dello Stato e mai uscito, non se ne parla più. Quelle guardie carcerarie che l’hanno seviziato fino a togliergli la vita, sono ancora al loro posto. Al loro posto sono rimasti i medici che non avevano capito che quell’uomo era stato vilmente massacrato. Quella dottoressa che descriveva nel suo rapporto un paziente “Scarsamente collaborazionista” (Sic), ignara forse del fatto che per girarsi nel letto con le vertebre fracassate, ci vuole ben altro che spirito di collaborazione.
Il giudice che gli ha preso dichiarazioni ma che non se n’è accorto di nulla, stretto com’era nella sua inquietante quotidianità.
Sono tutti zelanti funzionari dello Stato. Retribuiti dalla collettività. Da noi tutti. Perfino dalla famiglia Cucchi.
Perfino da Stefano Cucchi, quel ragazzo esile e sorridente, diventato un urlo, una maschera di dolore agonizzante, nel giro di una sola notte.
Il tempo è gentiluomo, al dire di Andreotti, uno che di tempo ne ha fatto incetta. Per alcuni sì, non c’è dubbio. Basta farlo scorrere, senza cercare di fermarlo. Prima o poi, l’attenzione del pubblico si sposterà un pelo più in là. Quanto basta per vedere le cose con un’altra prospettiva. Per parlare d’altro. Per non dover pensare che qualcosa è cambiato.
Quantomeno, fino al prossimo evento.

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