Perché Teatri Resistenti?

Penna d'autore
Quella che vedete nella fotografia è una penna. E’ stata ricavata da due bossoli di Kalahsnikov raccolti per strada, a Sarajevo, quando la morte da quelle parti era poco più di un imprevisto quotidiano. Me l’ha portata un amico scampato per caso alla mitraglia, insieme a una manciata di storie che abbiamo imparato a sgranocchiare lentamente, nelle lunghe serate di un inverno intiepidito a forza di ricordi e di qualche bicchiere di vino.
Non saprei dire se le pallottole contenute in quei bossoli abbiano ammazzato o meno delle persone. Mi auguro di no, ma il calcolo delle probabilità non lascia molto spazio alla speranza.
L’ho custodita con cura, da allora. Guardarla, sentire il suo contatto, mi porta lontano. Anche se devo confessare che ogni volta che la prendo in mano, sento un brivido.
Le storie di cui parlavo rimandavano ad altre notti affollate, buie, sotto terra, tra sconosciuti che imparavano a riconoscersi dal contatto dei corpi, dagli odori, dal suono di una voce, perfino di un sorriso -che ogni tanto girovagava inconsapevole tra tanta desolazione- a sorreggere paure e rassegnazioni, puntellando quell’universo di fortuna in attesa di risalire le incertezze del giorno. Mentre le bombe si accanivano fino a ridurre in brandelli il mondo finora conosciuto, là sotto qualcuno accendeva un lume, qualcun altro tirava su un fondale di fortuna, si radunavano quindi quegli sconosciuti fino a formare una sorta di semicerchio con una prima linea sempre riservata ai bambini, e per una di quelle magie con cui l’essere umano ogni tanto continua a sbalordire, tornava a replicare il mistero del teatro. Riprendere a giocare alla vita, in quelle circostanze, voleva dire scommettere sulla sua esistenza. E le gesta secolari dei teatranti ricominciavano a cullare, per un istante, i sogni di una umanità bambina condannata a un incubo senza fine.
Quella penna, insieme ai racconti di quelle notti diventarono da allora per me, i simboli della capacità dell’uomo di opporsi all’annientamento, e soprattutto, di farlo senza perdere la propria umanità, senza spogliarsi della propria condizione, senza spegnere quel lume, in assenza del quale ogni notte diventa sconfinata.

Con le dovute distanze, fare del teatro oggi, in quest’Italia dalle stanze surriscaldate e dai miracoli in costante divenire, dovrebbe assumere lo stesso significato. Questo rituale millenario che continua a resistere nonostante i costanti tentativi di riduzione alla ragione, o al silenzio, che corrisponderebbe poi a un’agonia condivisa, offre forse la chiave per un’interpretazione della realtà in altro modo difficilmente decifrabile, e, soprattutto, la possibilità di spartirla con chi decide di fare parte del rito.
Sempre però che sia questa la consegna con la quale gli artefici, cioè teatranti e spettatori, decidano di onorare un tacito patto di assistenza reciproca.
Credo in quel vecchio assioma secondo il quale basta uno spazio qualsiasi, un uomo che realizza un’azione e un altro che lo guarda, perché il teatro esista.
Mi ammalia la prosa poetica di Lorca quando proclama che” il Teatro sorge dalle profondità sconfinate”, che “Il vero teatro ha un profondo fetore di luna appassita”.
Mi piace pensare che quando tutti quelli che hanno tentato di ridurlo alla ragione, di sedare i suoi conati di insolenza, di mettere un freno a quella sua irrefrenabile vocazione di libertà, saranno scomparsi e dimenticati, in uno spazio qualsiasi, in un posto qualsiasi dell’universo, ci sarà un uomo intento a portare avanti un’azione, e ci sarà qualcun altro che si fermerà, e prenderà a guardarlo con curiosità, con riprovazione, con stupore, e forse, va a capire, arriverà persino a emozionarsi.

Teatri Resistenti vuole essere questo spazio. Una superficie da cercare, da prendere, da modificare, da strappare alla prepotenza del vuoto, se necessario.
E da riempire insieme a tutti quelli che sentono la necessità di condividere parole, suoni, movimenti, immagini, sogni, paure, speranze…
Come dicevo tempo fa riferendomi alla poesia, sono convinto che questo non cambierà il mondo in cui viviamo. Credo però, anzi ne sono sicuro, che possa modificare lo sguardo con cui lo osserviamo. E arrivare a farci sentire in grado, uno di questi giorni, di cominciare a cambiarlo.

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