Mandi, papá.- di Paola Cescon

“Tu vivarâs content
ma il to paîs lontan
ti restarâ tal cûr
cul so biel cjantâ furlan “

Pullulano fantasmi
lungo le mie arterie gruppo B negativo,
malinconia di “tano*”, tanta sete
a ingozzarsi di oceani
nel destino di sogni deportati

imparerà poi
che il dolore non conosce esilio
per quanto sua si faccia quella “America”,
con urgenti follie seminerà radici
sangue di “tano” anch’essa sanguinante,
avrà dei figli, quattro,
Una, riceverà in eredità quel pianto
che intentarono tacitare nei bauli

amorevole insonnia migratoria
richiamare a sé quanti rimasti indietro,
continua a gocciolare il tempo sulle carte ingiallite:
sui pericoli degli indiani, loro antico rituale di battaglia
s’informava mia Nonna nella sua ignara attesa,
pregando di poter cancellare i tanti orrori
in quel lontano suolo che elargiva promesse di futuro
mentre incartava con cura il patrimonio,
tovaglie di lino, bicicletta,
tagli di stoffa per un capotto grigio

quest’Una, ci proverà a parlare friulano,
“O ce biel cjscjel a Udin”
ballerà le antiche danze
che insegnerà mia madre a Castelmonte,
scuola per i figli dell’esilio,
anche se, costretta spesso al vestito da maschio
per sostituire in coppia quello assente
subirò anche i baffi disegnati a carbone
e per celare la rabbia,
attenderò con un velo impassibile i giorni di festa:
corpetto di velluto nero
gonna seminata a fiorellini
grembiule e sottogonna merlettata
scarpe ricamate
e una crocchia imbottita che comporrà la nonna

mangerò polenta dura,
sul tagliere
la magia trasforma il suo emisfero
in matematiche porzioni tratteggiate dal filo,
mi ingozzerò di crostoli
ma non mi riuscirà di farmi piacere il codeguìn.
e riderò nell’ascoltare i colpi,
quelle manate arcigne di una torma di “tani”
in un giro di briscola,
e il trionfo della boccia nel centrare il boccin.

Intonerò gli innocenti canti degli alpini
senza capire allora perché
“il capitano della compagnia
e’ ferito, e sta per morir”
truccheremo con musica la paura
di quei cappelli verdi, con piume e distintivi,
senza capire nemmeno la preghiera
a quella Madonna della pelle nera
né al suo nero Gesù
che un giorno sveleremo tra i Templari

vedrò partire le mie sorelle
verso le nostre lontane radici,
come un ironico mandato del destino
a restituire a Udine alcuni dei suoi figli
da qui, io non potrò fare altro che insegnare ai miei
a ballare la tarantella
con un tamburello immaginario

racconterò ai miei bimbi di quel Nonno
che faceva il chierichetto nella chiesa di Ariis
per contrastare in ostie il demone della fame,
tristezza di un racconto tatuato nella mia memoria:
quelli occhi celesti alla par del suo adriatico
a giocargliela al prete, con il calice vuoto
a messa finita, tra la calca beata dei parrocchiani

difenderò coi denti il mio cognome italiano
continua a contestare il castigliano quel declinar sonoro
sono nata argentina con errore di ortografia
anche se ho imparato a pronunciare la “Jota”
affinché possano cantare i miei “pacaritos”
la loro pena in “caula”

mi chiameranno “Tana”
riverserò legami di dolore, di distacchi, di guerra
di trame appena cortigiane
sprovviste da sempre di qualsiasi corte
in parole imbastite in rima e non

malinconia di “tanos”
percuote la carne
cesellando ombre

allora,
una,
sarò poeta.

Paola Cescon
http://brevesnotanbreves.blogspot.com
San Isidro, Argentina

(Trad. di M. F. )

*Tano è il nomignolo affettuoso sotto il quale si accomunano gli italiani nel Rio de la Plata. (N. del T.)

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