Il Pepe Presidente

Dire che il presente è piagato di passato, suona a banalità. In alcuni casi, mi verrebbe da dire, più di altri.  Ma quello di domani ha un alito pesante di cose vissute in un tempo che sembra proprio ieri, e che continua a scorrere inesorabilmente.

Per molti di noi la memoria è questo. Un gatto di casa, familiare, assopito sul divano, che non aspetta che il momento giusto per piazzarti una zampata che di solito lascia il segno.

Sentii parlare di Josè Mujica per la prima volta agli inizi degli anni settanta. Formava parte dei Tupamaros  (Movimento di Liberazione Nazionale), ed era appena  caduto nelle mani dell’esercito, che governava allora l’Uruguay, dopo il colpo di stato che nel ’73 aveva sbaragliato la democrazia e messo a ferro e fuoco l’intero paese.

Per un certo lasso di tempo, si persero le sue tracce, così come quelle di molta gente. Le forze armate avevano diritto di vita e di morte su ciascuno di noi, e ci voleva poco a sparire nei meandri di una aberrazione quotidiana che cominciava a diventare normalità.

Le notizie poi, facevano fatica a circolare. Un unico telegiornale, diretto e trasmesso dal regime, lanciava succinte veline a un’ora precisa del pomeriggio, nelle quali tentavano di rappresentare un mondo che tutti sapevamo inesistente.

La fame di informazione si affiancò presto a tutte le altre. E nessuno riuscì più a fermarla. Affioravano all’improvviso, dai posti più imprevisti, quelle macchine improbabili con le quali si stampavano ciclostilati. Quelle mani che li distribuivano. Quelle radio clandestine, intercettate con antenne di fortuna, dopo notti d’attesa sui tetti della capitale, che diventano presto cassette, passaparola, ancora ciclostilati, e, spesso si traducevano anche in carcere, rei i suoi ufficianti di ungere la realtà con una versione diversa da quella ufficiale.

Una notte del 1973, nove di quei guerriglieri incarcerati furono presi dagli stabilimenti di detenzione in cui si trovavano in attesa di giudizio, e caricati su un camion.  Nessuno comunicò loro dove sarebbero stati portati, né perché, né quale sarebbe stata la loro fine. Incappucciati e ammanettati, si trovarono buttati come sacchi di spazzatura tra altri sacchi, altri corpi arrivati da qualche parte di quella macchina del terrore appena istaurata.

In un viaggio che sarebbe durato esattamente undici anni, sei mesi e sette giorni, impararono a riconoscersi senza parlare.

Erano stati scelti dall’intelligenza militare come ostaggi. E trattati alla stregua di animali, o di una merce di scambio che non avevano intenzione di rimandare indietro.

L’avvertimento è stato subito chiaro. Qualsiasi cosa fosse successa al di là delle frontiere, qualsiasi petizione internazionale, qualsiasi denuncia, qualsiasi richiamo al rispetto dei diritti umani l’avrebbero pagato loro, quegli uomini che il sistema aveva appena inghiottito.

Senza poter parlare, né comunicare con nessuno -nemmeno con i carcerieri che portavano loro il rancio e che si esercitavano nelle sevizie più atroci- decisero di dimostrare che l’essere umano è in grado di resistere alla crudeltà senza perdere la propria condizione, senza diventare una bestia, o una pianta. Senza mineralizzarsi.

Impararono così a parlare con le nocche delle dita, attraverso i muri. A bere la propria urina quando le guardie si dimenticavano di portare l’acqua. A mangiare dei pasti nei quali erano state spente delle sigarette o qualcuno aveva sputato. A non odiare quei soldati che erano stati indottrinati ad odiarli senza motivo.  A lasciarsi dei messaggi in codice, in quelle celle di castigo con cui venivano puniti alla minima contestazione. A riconoscere gli odori di quelli che erano stati prima. A ricordare le parole, e perfino le canzoni dei compagni che alla fine non ce l’avrebbero fatta, per ricomporle in lettere, in voci, in accordi di chitarra un giorno, e riportarle fuori di quei cancelli che prima o poi avrebbero dovuto spalancarsi.

Josè Mujica era uno di quegli ostaggi. Tra i sopravvissuti, uno tra i più segnati da un decennio di soprusi e di torture senza precedenti.

Uno tra i più caparbi.

Oggi è semplicemente Il Pepe. Il candidato alla Presidenza della Repubblica dell’Uruguay nella coalizione di centro-sinistra che molto probabilmente domani sarà rieletta al governo del paese.

Nel governo precedente è stato ministro del lavoro, nella squadra di un altro Tupamaro, il presidente Tabarè Vazques, e accanto a molti di quegli uomini che avevano provato sulla propria carne le delizie dell’American way of life, tanto amata dal governo degli Stati Uniti.

Quell’amministrazione, che nel frattempo ha cambiato faccia ed è soprattutto occupata su altri fronti, non poté che riconoscere un cambio di direzione di marcia nel nostro continente.

E i militari nostrani, dovettero giurare fedeltà a degli uomini che fino a poco tempo prima avevano cercato di annientare.

Ecco quindi che torno al discorso della memoria. La vita di un singolo individuo è poca cosa nel flusso del tempo. Quando succedono queste cose, però, mi sembra di essere stato un privilegiato.

Perché sono stato testimone dell’inizio e della fine di un’epoca. Perché non so come continuerà. Perché sono cosciente della ciclicità del divenire. Persino del fatto che l’uomo ha una memoria troppo corta, per poter sentirsi al riparo di una certa storia.

Ma intanto mi piace l’idea di poter chiamare  Pepe il presidente di uno dei due paesi di cui mi sento parte, di una delle due patrie che amo.

Un uomo che parla come il barista di quel caffè, in quell’angolo di una strada di Montevideo in cui andavo a prendere il cappuccino,  una vita fa. Uno che ignora l’uso del congiuntivo, del cerone, della tintura per i cappelli, e che se gli parli di lifting è capace di mollarti un ceffone. Uno che odia le cravatte e i tirapiedi. Uno che non ha mai cambiato il suo tenore di vita, nonostante sia stato un ministro della Repubblica. Uno che fa della propria povertà un vanto. Uno che crede nell’austerità, e la professa. Uno che parla fuori dai denti, fregandosene dell’opportunità, della diplomazia, e di come le sue parole verranno interpretate. Uno sincero fino all’impertinenza.

Un uomo onesto, infine, con i suoi limiti e la sua inarrivabile umanità.

Non è da tutti.

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