Como-Berlino low cost

A volte sono perfino teneri. Appaiano smarriti, addolorati, come se non riuscissero a capacitarsi di tanta meschina incomprensione in giro per il mondo.
Parlo dei politici italiani. Categoria protetta. Portatori sani di ogni nostra menomazione esistenziale, soprattutto di quella di essere costretti a provvedere al loro sostentamento, vita natural durante.
Ogni tanto vengono colpiti da folgorazioni epocali. Come San Paolo, ma nel loro caso, senza spostare di un centimetro il deretano dal salotto di casa propria.

A Como c’è il lago. È risaputo. Anzi, verrebbe da dire: Al Lago c’è Como, volendo fare un percorso meritocratico all’indietro sulla scia dell’anzianità di residenza in loco.
Ebbene, questo lago, che per qualche strano motivo porta lo stesso cognome della moglie del Presidente del Consiglio, ogni tanto si concede di esondare. Eh sì, è fatto così. Tanto mansueto e tanto onesto appare, e all’improvviso trac, ti gioca un tiro di quelli che non ti saresti mai aspettato.
Certo, niente di ché, siamo mica alla Serenissima, ma qualche goccia tenta comunque di intrufolarsi lo stesso tra suola e tomaia, soprattutto se in periodo di disgelo sui rivoli delle pre-alpi, e se ti trovi a camminare distratto a ridosso del bordo lago.
E dicono quelli di solito ben informati, che nel non lontano 1967 si permise perfino di arrivare a coprire il piazzale adiacente con ben tre dita di acqua di provenienza ignota.

I nostri, parlo dei politici, decretarono che la misura era ormai colma. E il sindaco della città, che come ogni buon sindaco del centro-destra che si rispetti non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, decise che era ora di mettere un freno a cotanta incontinenza.
Bisognava fermare a qualsiasi costo le smodatezze lariane.
Il primo cittadino si chiama Stefano Bruni, fa il dottore commercialista. Il secondo non si sa chi sia. Ma più in là c’è un signore che risponde al nome di Fulvio Caradonna, che ricopre l’incarico di Assessore alle grandi opere. Va a capire il come e il perché, fatto sta che decisero di costruire un muro di contenimento. Nessuno sa se avessero in mente il celeste impero o Jerusalem Ovest, ma siccome comunque di una grande opera si trattava chiamarono in aiuto la stessa ditta che a Venezia progetta da un decennio il faraonico Mose, quello delle paratie mobili e degli incubi in technicolor dei lagunari.

Pare che già venti anni fa a qualcuno fosse venuta in mente la stessa, peregrina, idea. Poi, delle dighe costruite ad Olginate, dall’altra parte del lago, misero un freno alle scorribande notturne dello stesso in Piazza Cavour, con buona pace dei vicini tutti e dei mercanti in fiera.
Il comune di Como, però, non è mica nato ieri. Rinunciare al progetto significava passare la mano davanti a un piatto di diciassette (dico 17) milioni di euro. Così si diedero allegramente ad allestire il cantiere. Risultato: da più di un anno è stata piazzata una graziosa recinzione in legno di tre metri di altezza che cinge gran parte del lungo lago, il quale si riesce a intravedere dalle opportune finestrelle che ogni tanto appaiono nel percorso, e da dove si può ammirare la quantità colossale di cemento che continuano a riversare su quelle rive tanto care al Manzoni e a qualche fascinoso divo nord-americano.

In questi giorni però, la triste conclusione. Non tanto il fatto che la popolazione cominciò a protestare, non appena si rese conto della barbarie in atto. Le manifestazioni notturne davanti alla casa del sindaco. Gli agguati ai consiglieri, armati di domande che si sa, a volte sono più pericolose di un missile terra-aria. Ci si mise anche il Senatur. Quello che fa l’attore. Quello del figlio appassionato di video-games. Quello che l’ha sempre duro. Insomma, Lui.
Il quale, non appena intravisto il misfatto tuonò: Como non è Berlino, con una voce che sembrava doppiata in stereofonia, e che chiarì per sempre il fatto.

Bavvè, il resto è storia nota, almeno da queste parti. Quella frase oggi tappezza la città, insieme ad altre di stampo meno internazionale, che invitano sindaco e assessore a tornare a occuparsi dei muri di casa loro, tappandosi dentro se per caso fosse quella la loro volontà.

Ieri il primo ha detto che è disposto a soddisfare la volontà popolare, ma dovrà essere sostenuto «un certo costo».
L’Assessore alle grandi opere, l’ineffabile Caradonna, sostiene che «In questa storia quello che mi ha fatto davvero male sono gli insulti della gente nell’incontrarmi per strada».

Alla fine, Como riavrà il suo lago. O il lago riavrà il suo Como. Mettetela come volete. Ci vorrà forse un altro anno per buttare giù quello che si è costruito, e altrettanti milioni. Da qualche parte pare che la magistratura abbia aperto un’ inchiesta, perché il manufatto, oltre che brutto e dannoso, pare fosse anche abusivo.

Sono teneri i politici. Loro così fragili, incompresi. Basta guardarli negli occhi che si ritraggono.
Con i loro modi gentili. Con la loro consueta generosità. Il loro interesse collettivo. La loro classica faccia da muro.

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