Siderea

Quel brandello di uomo che si morde le mani
ad un angolo qualsiasi di strada
quell’eroe d’altri tempi che fronteggia il presente
e n’esce indenne o quanto meno vivo
e
coi tempi che corrono
credimi
non è una cazzata
quello che dal primo mattino fa il suo pieno di pena
e quando lo incontri gli si nota appena
quello che trascina silente il suo fardello di rabbia
e di squallore
lungo le corsie degli ospedali
tra i gironi infernali dei burocrati condannati a vita
nella melma avvilente dei tribunali
dove degli uomini imperfetti giocano a fare Dio
nell’infamia del soldato che nessuno ricorda
seppellito una volta a futura memoria
quello che si acceca d’alcol o di fatica per non guardare avanti
quello che ha smarrito il senno
e non ci pensa affatto di tornare a cercarlo
quello insonne
che ha imparato che i sogni non sanno di speranza
ma di pane raffermo
quello spettro esitante da evitare
nei pressi della stazione o nei parcheggi dei supermercati
con le vene trafitte
con gli occhi svuotati
quello che all’alba delle sette già consuma
con l’ultima sigaretta
il primo tradimento del mattino
quello che ha svenduto le ali
e annaspa tra il lordume
e non si macchia
quell’omunculo indegno
dal fardello opprimente
di fatica immanente
quell’uomo sono io

quella donna appassita
che attraversa la notte con i piedi stremati
il carrello imbottito di fantasmi e cartocci
il petto rinsecchito a furia di sfornare sconfitte
la puttana che sfoggia
su quel canto di strada
la sua merce migliore
l’insegnante in pensione che sfama i suoi poeti
barboni di quartiere
in faccia al naso storto della gente per bene
la ragazza avvenente
che sognava un futuro luminoso
stellare
un posto in firmamento
e noleggia ora il ventre
alla voglia collosa di attempati signori
ma riesce
malgrado tutto
a risparmiare il vomito per momenti migliori
quella che per ogni figlio sotterrato
le viene dato in cambio un titolo di stato
quella che a dispetto del vento che tira
tira avanti e si apre a cazzotti una via
quella donna in minore
dal perduto candore
trafitta
offesa
violentata
quella mai sconfitta
quella è la mia donna

noi siamo la materia
che concima la terra
siamo il solco e l’aratro
l’acqua e la fatica
siamo la spiga
e il grano
e siamo infine il pane
da portarci alla bocca

noi siamo la disfatta
e pure la vittoria
siamo quello che avanza nel piatto di una storia
narrata da un demente
con deliri di gloria

in noi muoiono i sogni
in noi tutto principia

noi siamo la sostanza
con cui si fanno i giorni

Entonces, Milton Fernàndez

Entonces, Milton Fernàndez

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