La peste

“ … La pestilenza è come un grande incendio [ … ] se
s’appicca a una città costruita con le abitazioni l’una vicina
all’altra e si sviluppa, il suo furore cresce, infuria per tutta
la zona, e distrugge tutto quello che può raggiungere … “
[Daniel Defoe, La peste di Londra].

Non fosse per i Déjà- vu, quella dell’invecchiare potrebbe essere catalogata tra le piaghe benigne dell’esistenza.
Il futuro che ha preso piano piano ad affievolirsi. Un passato che va sempre più spesso a quel paese. Quel presente che continuiamo a trovare ogni mattina sotto il cuscino, con sollievo ormai, con gratitudine, perché si comincia a sospettare che un giorno non lo troveremo più.
Già a cinquant’anni la vita si lascia più strade alle sue spalle di quante ne troverà dinnanzi. Si rallenta quindi un po’ l’andatura. Si presta più attenzione ai dettagli che al paesaggio. Cominciano ad essere bandite le promesse. Ogni stretta di mano è un abbraccio.
A questo punto il “Già-visto” è passato ormai, irrimediabilmente, tra le file stipate della Memoria. Quella grassa, incontinente. Quel sottotetto sterminato dove si è rintanata la parte non cancellabile di un’esistenza personale e collettiva. Quella con la quale continueremo a fare i conti, e che allacceremo a doppio filo alle generazioni che seguiranno. Spesso per opera di un oblio che altro non è se non la faccia opposta di una stessa moneta, l’Oscuro sòtano di quella memoria (l’immagine è di Borges), e che facilita la regolarità dei cicli di una storia che cede al plagio di sé stessa, in una sequenza di auto-celebrazione senza fine, come se il suo principale protagonista, cioè l’uomo -cioè noi stessi- non fosse più in grado di modificare il percorso, e si accontentasse di seguire un flusso prestabilito.

Nessuno sa in quale parte di questa storia fece la sua apparizione il morbo della Peste. Quello che da malattia mortale seppe accedere ai gradini più alti in materia di angosce collettive, fino a diventare un mito impossibile di sradicare.
Ogni epoca ha avuto la sua.
Ogni Peste che si rispetti, poi, non è mai mancata di fare ritorno sul luogo del delitto, non appena i bubboni del suo passaggio cominciarono a diventare cicatrici.

La Peste si nutre di coscienze stanche, stordite. Di un disordine latente che non trova sbocchi e che spinge tanto ai gesti estremi quanto all’apatia più avvilente.
I suoi giorni si presentano come una sorta di teatro vivente, nel quale ciascuno interpreta il ruolo che gli è stato assegnato, senza chiedersi altro, e dove consuma il dramma della sua insostenibile fragilità.
E’ l’accettazione della presenza “naturale” del Male; la rivelazione di quell’oscura malattia dell’essere, sfuggita parzialmente al Manzoni, che può spingere l’uomo alla distruzione ma che, come ben compresero a secoli di distanza tra di loro Sofocle e Camus, riesce anche a far riemergere in una comunità assopita dal torpore della quotidianità e della normalità il germe del rimosso, dell’irrazionale.

Il suo palcoscenico naturale era una volta la città, o il lazzaretto, quel microcosmo infernale in cui si istituzionalizzava la dis-umanizzazione dell’individuo.
Oggi tutto appare asettico, se guardato attraverso quel tubo catodico dove ogni realtà viene stravolta, dove la vita è tutto un artificio, dove i detentori del potere appaiono come improbabili statue di cera, dove imperversano i galoppini, col loro incedere da eunuchi secolari, dove ogni dio è morto, (o è in procinto di lasciarci) dove ogni peccato è consentito, tranne quello di non essere in linea col copione appena approvato dalla direzione.

Yersinia Pestis, si chiama il batterio responsabile di alcune tra le più grandi epidemie che hanno sconvolto il mondo in cui viviamo. Viene trasmesso da un microparassita, spesso la pulce (xenopsylla cheopis), che con il suo morso, i suoi escrementi o sue le uova, infetta il topo nero, (rattus rattus) individuo di una specie con caratteristiche diverse dal topo comune.
E’ stato debellato parecchio tempo fa. L’alone di paura che lo avvolge però, farà fatica a scomparire.

Anche della peste politica che siamo costretti a subire, giorno dopo giorno, ci sentiremo presto al riparo. L’implosione di un potere corrotto e abnorme, incapace di gestire sé stesso, è soltanto questione di tempo. Tireremo in molti un sospiro di sollievo. Apriremo di nuovo le finestre e, per un istante, ci sembrerà di tornare a respirare. Ci faranno sorridere quei topi neri, quelle pulci, quei professionisti dell’imbroglio e dell’immoralità affannati nel cercare di cambiare costume e di mescolarsi tra i sopravvissuti.
E poi? Cosa accadrà dopo? Che fine avranno fatto, nel frattempo, gli anticorpi generati nell’ultima epidemia. Quelli che avrebbero dovuto preservarci di quella odierna?
Quelli che dovrebbero contenere quella che verrà?

Perché tornerà, di questo non c’è dubbio. Perché se qualche volta abbiamo pronunciato le parole “Non succederà mai più”, sappiamo (noi, che l’abbiamo detto, qualche volta) che non saremo più in grado di articolarle, quelle parole. O di crederci ancora.
Perché è già in agguato la rimozione. La necessità del distacco. Quasi che chiudendo gli occhi si potesse cancellare il vissuto, e allontanare gli incubi.
Lo ricordava Tucidide, qualche secolo fa, in un testo che chiamò Un aiuto ai posteri, ignaro del fatto che la memoria dei posteri sarebbe cresciuta in relazione inversamente proporzionale alla loro statura: Vi fu anche chi riacquistata appena la salute, fu colto da un oblio così profondo e completo da non conservare nemmeno la coscienza di se stesso e da ignorare i suoi cari.

Chissà. Magari sono soltanto acciacchi del tempo. Colpi di coda dei Dejà-vu.
Bisognerebbe che qualcuno inventasse una pillola per far tornare nuovi i ricordi. Come se non fossero mai stati vissuti prima.
Potremmo allora dirci, Noi non ne abbiamo colpa, ci hanno preso alla sprovvista. Ma la prossima volta non ci faremo sorprendere con le braccia incrociate.

Ascoltando i gridi d’allegria che salivano dalla città. Rieux ricordava che quella allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice. (A. Camus. La peste.)

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