Io sono un omosessuale

Il direttore dell’Avvenire si è dimesso. Non nutrivo una particolare stima nei suoi confronti. Ne nutro ancora meno oggi, che ha deciso di buttare la spugna non appena si è sentito addentare lo stinco da un cagnaccio addestrato alla difesa dei fondelli del suo padrone.
Ma mi dispiace.
Perché se ne è andato? Quale colpa sarà mai quella per la quale, in un paese come l’Italia, in cui da secoli non si dimette nessuno, il direttore del giornale ufficiale della Cei (cioè uno dei quei poteri forti di cui si parla da sempre) decide di farsi da parte? L’hanno accusato di essere un omosessuale. Davanti a questa accusa infamante, a niente è servita la solidarietà della sua intera redazione, dei sindacati di categoria, dei quadri generali della santa madre chiesa, del suo sommo rappresentante in terra, che si è prodigato in una serie di mirabolanti parabole di non facile comprensione, ma pare che il risultato fosse pressappoco quello.

Quindi è l’Omosessualità la pietra di paragone, nell’italietta della normalità ufficiosa. L’unico peccato per il quale non c’è condono che tenga, né indulgenza plenaria, né  Perdonanze festive.

Sarà per questo che qualcuno, con le tasche piene di tanta impudicizia a cielo aperto, ha deciso di uscire per strada e di rimboccarsi le maniche. Per mettere un po’ di ordine  tra quei viziosi che si fanno perfino vedere alla luce del sole, addirittura davanti ai bambini, e che girano a piede libero tra i vicoli imputriditi della sodoma capitolina.

Svastichella è uno di questi. Forse a qualcuno verrà in mente prima o poi, di dargli una medaglia in merito.
Tornando a casa una sera, intravide due persone dello stesso sesso che si scambiavano effusioni. E’stato troppo per lui, per la sua sensibilità, per il suo normale senso del pudore. E non ci vide più. Accoltellò uno di loro e riempì di botte l’altro, all’interno di una procedura differenziata che l’interessato non arriva a spiegarsi del tutto, fatto è che rientrò in casa, con la soddisfazione di chi ha fatto il proprio dovere, e l’ha fatto per una volta, bene.

Poi è andata com’è andata. Identificato, fu portato davanti a un giudice, che accettò una denuncia nei suoi confronti ma lo rimandò subito indietro. Perché mai avrebbe dovuto mettere in prigione una personcina del genere? Nei giorni successivi i soliti quaquaraquà si diedero a spifferare baggianate ai quattro venti, e ai piani alti non poterono fare altro che richiamarlo, offrendo a lui un giro di prova nelle patrie galere.

Diventò così il simbolo della riscossa di un’Italia con i cosidetti. Quella di al panepane e al vinovino. Quella che mena, sevizia, incendia, piazza delle bombe, proclama anatemi, porta  a compimento delle minacce  inascoltate.

Come dicevo prima, mi dispiace che Boffo abbia deciso di dimettersi. Sarei stato al suo fianco (idealmente, si capisce, lui non sa nemmeno che esisto) se avesse deciso di affrontare gli squadristi. Di piantarsi e resistere. Di dichiarare a voce alta: Sì, io sono un omosessuale.

Anche se no lo è. Anche se non lo fosse mai stato. Semplicemente perché esserlo non è mai stata né una colpa, né un delitto, né qualcosa della quale vergognarsi.
E’ un diritto inalienabile dell’essere umano, di ogni essere umano, alla pari di quelli che sanciscono i principi di libera scelta culturale, religiosa, politica, sentimentale.

Il messaggio che lasciano questi giorni in cui la barbarie della vacuità ha messo in disparte il baratro sostanziale che poco a poco sta diventando sconfinato, è, a dir poco sconfortante. Si palesa sempre di più quella complicità aberrante tra vittima e carnefice, della quale parlava Sartre. L’immobilità dell’una, la vigliaccheria, l’incapacità di ribellarsi a quanto si considera ingiusto, non fa che aumentare un potere che l’altro (il carnefice) si sognerebbe, davanti a un minimo conato di resistenza.

Auguri Boffo. Sono sicuro che qualcuno ci penserà a lei. Che un posto al sicuro glielo troveranno senz’altro.
Per quanto riguarda i suoi detrattori, si mettano il cuore in pace. Il morbo continuerà a colpire.

Personalmente io sono stato Zingaro, in passato. Sono stato Slavo, Rumeno, Somalo, Eritreo.
Oggi sono soltanto un cittadino italiano.
E  sono un omosessuale.

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2 responses to this post.

  1. complimenti per la lucida analisi.
    l’ultima riga giunge nuova, non l’avrei mai sospettato 😉

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  2. Posted by Milton Fernàndez on settembre 4, 2009 at 5:32

    Mai fidarsi dei propri sospetti. Comunque, leggi tra le righe.

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