In cosa credo (I)

Non ricordo che età avevo quando scoprii di essere “di sinistra”. Successe, e da allora non ho avuto più dubbi, quantomeno sulla collocazione ideale del mio sentire. Vivevamo dei tempi difficili, nell’America Latina di quelli anni,  ma in qualche modo più semplici. Il nemico era lì, ben visibile davanti a noi, e le posizioni da assumere erano più che evidenti. O eri a favore o eri contro. Non prendere decisioni equivaleva a non esistere, ad annullarsi, a decidere di non essere.

Successe anche che un giorno, in previsione di un cambiamento nei programmi di studio che avrebbe portato indietro di decenni la formazione liceale, ci organizzammo per andare a parlare “col popolo”. Vivevo in un paese grande quanto un quartiere, ma scoprii subito che anche lì esistevano gli schieramenti contrapposti. Dopo un accurato studio sulle potenzialità discorsive di ciascuno di noi, ero stato scelto dal Collettivo, assieme ad altri tre miei coetanei, per passare al setaccio uno dei barrios della periferia, quartiere operaio “a grande tradizione rivoluzionaria”, a dire dei più grandi, nel quale di sicuro non saremmo andati incontro a delle grane.
Dovevamo far ridere. Tre sbarbatelli cappelloni e brufolosi, suppergiù tra i tredici e i quattordici anni, rigonfi di ideali e con una perorata imparata a memoria bella pronta in canna.  Nella prima casa in cui abbiamo bussato ci è andata alla grande. Neanche due parole, che il proprietario si dichiarò completamente d’accordo con noi, accettò di buon gusto i ciclostilati che gli avevamo consegnato e ci congedò con un “hasta la victoria siempre” che ci lanciò sulla strada corroborati come se avessimo appena fatto crollare la Bastille.
Nella seconda, però, sciolsero i cani, che cercarono diligentemente di azzannarci, e qualcuno da dentro gridò al suo vicino, “arrivano i comunisti”. Della terza casa non abbiamo visto granché perché si è affacciato subito sull’androne un tizio con un fucile in mano,  cosa che ci costrinse a battere in veloce ritirata, seminando ideali, orgoglio e volantini lungo tutta la strada.
Quando siamo riusciti a fermarci eravamo lontani. Abbiamo fatto una colletta per comperare una coca-cola in un bar, mentre aspettavamo l’autobus. Poco a poco i colori cominciarono a tornarci in faccia. Mentre ce la passavamo di mano in mano, il Paco, che sembrava il più provato, guardò la bottiglietta e disse: Vabbè che uno beve per dimenticare, ma porca miseria, alimentare così il capitalismo internazionale…

Avevo un amico, a Milano. Uno dei tanti esiliati argentini con i quali abbiamo condiviso serate, grigliate ed illusioni, in tempi non troppo lontani. Credo sia tornato in patria, perché non ci vediamo da un pezzo.  Al di là di quelli ispirati dalla passione politica, lui coltivava un desiderio “piccolo-borghese”: quello di possedere un Camper. Un giorno ce la fece a comperarlo. Gli ci vollero fatica e risparmio, ma alla fine, un pulmino con qualche anno di strada sul coppino, usato-come-nuovo,   riuscì a piazzarlo sotto la sua finestra, da dove ogni tanto gli buttava uno sguardo soddisfatto, mentre progettava avventure a non finire, non appena fosse finito l’inverno.
Una mattina in cui faceva molto freddo si alzò presto, più presto del solito. Scese a controllare se per caso la neve avesse fatto dei danni e trovò un marocchino che dormiva in quel suo sogno di seconda mano. Ci rimase male, di un male che crebbe  col passare dei giorni. Perché lui al marocchino aveva chiesto di sloggiare, perché quello non era un dormitorio pubblico, perché la proprietà privata, perché va bene tutto ma…  Ma alla fine dei tanti bla bla bla gli era crollato addosso tutto quello in cui credeva da una vita, e si sentì una merda.
Non sono mai riuscito a vederlo, il camper del Lucio. Quando mi sono deciso ad andare a casa sua, tre o quattro giorni dopo, lui lo aveva già riportato indietro al venditore. Che rimase male anche lui, perché non aveva capito un bel niente.

L’abbiamo preso in giro per un po’, quel mio amico, ma sotto sotto, gli facevamo tanto di cappello. Per quel suo bisogno di coerenza, senza il quale non avrebbe più trovato un senso al vissuto. Senza il quale ogni sogno, perfino uno piccolo, perfino uno borghese, smetteva di avere un significato. Senza il quale non sarebbe più riuscito a proclamarsi “un uomo di sinistra”.

E io, in cosa credo? La fede in quei principi che allora, ai tempi dell’adolescenza, mi facevano vibrare non ha fatto che cimentarsi a colpi di dubbi, di domande, di crucci, alle volte devastanti, e di crescere, anche se in relazione inversamente proporzionale a quella professata verso gli uomini che quei principi avrebbero dovuto rappresentare. E, spesso, addirittura, verso quelli che assicurano di condividerli. Gli uomini e le donne di una sinistra abulica, affetti di quella “stanchezza cronica degli europei”, come la chiamava Benedetti, quel guardare il mondo con gli occhi sornioni di chi ha visto già tutto, fatto tutto, di chi è di ritorno da ogni posto, anche da quei posti in cui non ci è mai stato. Che ha smesso da tempo di porsi delle domande, e quindi si esercita a sciorinare risposte, sulle quali non scommetterebbe una cicca. Quel “popolo” oggi in piena diaspora, smarrito e confuso, che gravita intorno a un’idea di appartenenza acquisita nottetempo, ma incapace di trovare uno sbocco alla propria indignazione, alla propria impotenza; morbo che ha cominciato piano piano a decimarlo.
La libertà si esercita, dicevamo una volta. E’ un muscolo che, se non  sollecitato, tende ad atrofizzarsi.
Ecco, questa paralisi in agguato mi spaventa in modo particolare, molto più di quanto riescano a fare le sconfitte, alle quali, bene o male, ho fatto il callo.

Ho avuto a che fare, in questi anni, con una miriade di personaggi che, come aveva fatto il marocchino nei confronti del Lucio, sono riusciti a mandarmi in crisi. Alcuni di questi sono parte dell’ambito della cultura,  dello spettacolo, (in cui lavoro) ; sono gli amministratori, i registi, i direttori artistici, i responsabili degli “Uffici Regia” sparpagliati lungo i teatri dell’intera penisola.  Gente capace di esercitare un potere ridicolo e abnorme, attraverso compromessi a loro tempo assunti e che pretendono di perpetuare a divinis, di imporre attraverso coercizioni, ricatti, l’imposizione di contratti di una precarietà disarmante in cui viene vietata ogni cosa, dal discutere all’ammalarsi,  e che stanno costringendo ogni attività artistica ad un’asfissia sistematica, a furia di confiscarle ossigeno, creatività e risorse.
Molti di questi me li sono trovati a fianco, spesso,  nelle manifestazioni di Rifondazione Comunista. Altri fanno bella mostra di sé accanto ai leader  della sinistra più patinata nei galà di quei festival lirici in cui è d’uso riempirsi la bocca con la parola Cultura, o chiamano a raccolta tutti quanti per lottare contro i tagli al Fus (cosa sacrosanta, se il Fondo Unico per lo Spettacolo venisse suddiviso a ragione del merito, e non del nepotismo politico più reazionario).
Sono (quasi) tutti compagni. Hanno appeso anche loro la loro brava bandiera sul balcone ai tempi della guerra e stavano lì lì per partecipare, una volta, alla marcia della pace ad Assisi, non fosse che quel giorno il meteo aveva previsto pioggia.
E ci sono anche quelli che subiscono passivamente, tutti con stupende idee di giustizia sociale in tasca, ma sai com’è, i tempi sono quel che sono, mica ci possiamo mettere a fare i piantagrane, che ci vuoi fare, bisogna campare, tanto non cambia niente, ecc ecc…

E’ questo che m’impaurisce. Questo aberrante cortocircuito tra quello in cui crediamo (o crediamo di credere) e il modo in cui agiamo. Come se fossero ambiti naturalmente differenziati. Come se si trattasse di due emisferi che non intrattengono che rapporti sporadici e secondari, e che una dislessia temporale ha del tutto scollegato. O invertito, a seconda dei casi, dei lavori, delle paure altrui e della propria aspettativa di carriera.

Per questo, (perché mi fa paura) è che sto correndo ai ripari. Mi sono stilato una lista di domande alle quali tento, ogni tanto, di dare una risposta. Per sapere di quale materia sono fatto. Per capire in cosa (ancora) credo. Se sono ancora degno della mia fiducia.
Magari lo stiamo facendo in tanti.
E forse, uno di questi giorni, potremmo anche provare a scambiarcele, queste domande.

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