Il volto peggiore dell’essere umano – I

Dalla fine dello scorso anno sono arrivate almeno due buone nuove, fresche fresche, dagli States. La prima è quella risaputa, cioè che alle presidenziali ha vinto Obama. La seconda, che è finita l’era Bush. Comunque vada, è stato un buon inizio. Ce ne sarebbero altre due. Una buona e una cattiva, come nelle migliori tradizioni. La buona è che il nuovo presidente ha abolito la tortura come mezzo per ottenere informazioni. La seconda, che la tortura veniva regolarmente praticata. Ci saranno pure gli scettici, ma la questione ha smesso di essere un’opinione, una dubbiosa convinzione, o una balla gonfiata ad arte dai soliti disfattisti figli di buona donna, come fino a poco tempo fa. E, a meno di non volere essere più realisti del re o più filoAmericani del presidente degli Stati Uniti, la cosa diventa difficilmente smentibile. Semplice sillogismo (ipotetico, del quarto tipo): Non è possibile cancellare qualcosa che non esiste. La tortura è stata abolita. Ergo la tortura c’era. Ma guarda un po’!

È stata allestita qualche anno fa, a Milano, una mostra dal titolo “Il volto peggiore dell’essere umano”. Un campionario delle tecnologie più avanzate, in ogni epoca, dal medioevo a noi; la dettagliata geografia dell’ingegno messo al servizio della produzione del dolore.

Era particolarmente incisiva, quella mostra. Particolarmente illuminante. Mi ricordo di essere uscito col mal di stomaco. Perché aggirarsi lungo quelle sale significava addentrarsi nelle più oscure pieghe dell’animo umano. Chiedersi quale strano artificio della mente possa portare alcuni tra i migliori cervelli del proprio tempo a mettersi al servizio della brutalità più vile, più abbietta, ammesso che esista una forma della crudeltà diversamente qualificabile. Perché l’inventore di quell’ingegnoso strumentario non poteva sapere –credo non fosse nemmeno interessato- su chi sarebbero stati collaudati gli effetti del suo prodotto. L’unica consapevolezza a lui necessaria era che si sarebbe trattato di un altro essere umano. Simile a lui, cosa che lo agevolava nel tracciato di una mappa precisa dei punti dove colpire, ma talmente distante da meritarsi quel trattamento che gli era stato ordinato di architettare.

Doveva essere senz’altro bravo l’artigiano al quale venne commissionato un aggeggio in grado di evitare che uscissero delle parole potenzialmente pericolose dalla bocca di Giordano Bruno, mentre bruciava a Campo de’ fiori. Quel meccanismo che gli fu conficcato a forza tra i denti, prima di essere portato alla luce del sole, tramite una semplice molla fece scattare con violenza due appuntiti aculei di ferro che inchiodarono la lingua del filosofo di Nola alla mascella inferiore e al palato, trasformando la sua faccia in una silente maschera tragicomica che cominciò a disintegrarsi poco a poco, nel crepitio delle fiamme e il sollievo generale dei quadri della Santa Madre Chiesa. Un plauso di sicuro è andato anche all’artigiano inventore di quel mirabile gingillo. Forse ignorava, costui, mentre lo costruiva, a chi sarebbe stato destinato. Qualcuno gliel’aveva commissionato e lui aveva semplicemente eseguito. A ciascuno il suo. “Ofelè fa il to mestè”, si diceva una volta a Milano.

La storia della tortura, però, non è un lontano ricordo del quale riusciamo a liberarci tramite la dislocazione temporale di un fatto storico o la purga catartica di una rassegna museale. E’ una mostruosa realtà che continua a muovere interessi politici ed economici nel mondo intero.

Secondo ricerche condotte da Amnesty International, nel ultimo decennio sono stati inflitti sevizie e maltrattamenti, da parte di agenti delle forze dell’ordine, a cittadini di oltre 150 paesi. In più di 70 di questi paesi tali torture e tali maltrattamenti sono diventati pratica comune. In oltre 80 di loro, le soprafazioni e le violenze hanno provocato dei morti.

Il mondo è cambiato dai tempi di Giordano Bruno, ma questa pratica abominevole continua ad essere esercitata impunemente intorno a noi. E non si tratta -come si potrebbe pensare- soltanto di dittature militari o di regimi autoritari. La tortura è pratica corrente anche in molti stati democratici. Vittime della medesima sono presunti criminali e prigionieri politici, dissidenti ed emarginati, persone perseguitate per il loro credo, o per le proprie opinioni.

La ricerca di Amnesty rivela che le percosse sono ampiamente il metodo di tortura più diffuso tra gli agenti di polizia di diversi paesi del mondo.  I colpi vengono inflitti con pugni, bastoni, calci di pistola, fruste improvvisate, tubi di ferro, mazze da baseball, fili elettrici. Le vittime patiscono contusioni, emorragie interne, frattura di ossa, perdita di denti, danni ad organi vitali. Molti perdono la vita. Sono inoltre largamente diffusi lo stupro e gli abusi sessuali sui prigionieri. Tra gli altri metodi di tortura più comuni ci sono elettroshock, (accertato in 40 paesi) sospensione del corpo (oltre 40 paesi), colpi di bastone sulla pianta dei piedi, (oltre 30 paesi) soffocamento, (oltre 30 paesi) finte esecuzioni e minacce di morte (oltre 50 paesi) e detenzioni in isolamento prolungate (oltre 50 paesi).

Altri metodi di largo consumo sono l’immersione in acqua, (il waterboarding) lo spegnimento di sigarette sul corpo, la privazione del sonno e delle funzioni sensitive.

Chiunque può essere vittima di torture, a prescindere dall’età, dal genere, dall’appartenenza etnica e delle convinzioni politiche. Il più delle volte, ad ogni modo, le vittime di torture da parte delle forze dell’ordine sono criminali comuni. Questo avverrebbe perché i sospetti criminali sono meno capaci di protestare e spesso prevale l’opinione che in fondo “se la sono cercata”. Spesso queste vittime provengono dai settori sociali più disagiati della popolazione.

La tortura, come altre tante bestie, si nutre di discriminazione. E’ più semplice per il torturatore infliggere dolore a qualcuno che è considerato meno che umano, qualcuno disprezzato per la sua provenienza sociale o per la sua appartenenza politica o religiosa.

C’è un chiaro legame tra razzismo e tortura. Per esempio, la maggioranza delle vittime della brutalità della polizia in Europa e negli USA sono neri, o appartenenti a minoranze etniche. In tutta Europa, i rom sono comunemente visti come criminali e per questo subiscono spesso pestaggi da parte delle forze dell’ordine. Immigrati, lavoratori all’estero e richiedenti asilo che hanno abbandonato le loro case in cerca di sicurezza, incappano non di rado nei maltrattamenti xenofobi e razzisti delle forze di sicurezza. In Austria, Germania, Svizzera e Regno Unito diversi cittadini stranieri sono morti nel corso di deportazioni per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia e per metodi di contenzione pericolosi. In Arabia Saudita i lavoratori stranieri hanno maggiori rischi di subire amputazioni giudiziarie e fustigazioni.

In Giappone i lavoratori stranieri colti con il permesso di soggiorno scaduto vengono picchiati e umiliati.

E’ di questi giorni la notizia che il presidente Obama ha cominciato a togliere alla Cia il monopolio degli “interrogatori duri”, cioè l’ennesimo eufemismo con cui “l’Agenzia” è solita definire i suoi metodi di tortura.

E una parte dell’opinione pubblica, (quella rimasta, dopo i lavaggi energici e le centrifughe ininterrotte) si è lasciato sfuggire un Oh! di virginea sorpresa, davanti a cose che non sembrano di questo mondo.

Ma il campionario dei tormenti “scientificamente omologati” che comincia a venire a galla dai sotterranei del terrore di stato -gli annegamenti simulati, l’applicazione di voltaggi letali di corrente elettrica sui genitali, le finte fucilazioni, la privazione del sonno, i pestaggi sistematici -non è che l’indice elementare di una tecnica ampiamente adoperata dai regimi militari sudamericani negli anni 70, i quali si avvalevano del prezioso aiuto didattico messo a disposizione, guardacaso, proprio dalla Cia. “Advance Counterinsurgency Techniques”, osavano definirle. Ma comincia a tornarmi il mal di stomaco. Ne parlerò un’altra volta.

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2 responses to this post.

  1. Posted by zuliano on agosto 24, 2009 at 5:32

    come sempre, quando si parla di america, la cosa puzza. E molto.
    caro amico, cari amici, non parlate mai di Urss, russia (quella di oggi), Cina, Cuba, Viet Nam, per non citare moltissimi paesi dell’Africa (soprattutto sahariana)E’ questo che lascia interdetti.
    che dire?

    Rispondi

    • Posted by Milton Fernàndez on agosto 24, 2009 at 5:32

      Ciascuno parli di quello che conosce. Raccontami tu delle tue esperienze,sarò attento nell’ascoltarle. Ti posso dire soltanto che, quando mi è capitato di parlare con degli amici che hanno vissuto la loro vita nei paesi del cosidetto socialismo,i racconti si assomigliavano moltissimo.Le dittature sono dittature, non ce ne sono di buone e di cattive. E chi le appoggia, o le fa possibili, risponde di solito a un unico, miserabile, pensiero.

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