I poeti (I)

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di
loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle
A. Merini

Sono un passabile ricettore di appelli. Me ne arrivano di tutti i colori, da diverse parti del mondo. E spesso mi trovo ad aderire, con maggior o minor convincimento, a seconda dei casi. Adesso però che mi propongo di comporne uno in proprio, mi trovo in difficoltà. Perché vorrei essere convincente, (che appello sarebbe sennò). Perché vorrei essere esauriente. Perché vorrei che in tanti lo prendessero in considerazione. Ma siamo quasi ad agosto. A chi può venire in mente di stillare appelli in piena stagione estiva? Dovrei lasciar stare, lo so, magari fare un tuffo in mare. E poi? No, devo assolutamente prendere  tempo. Racconterò una storia.

Mi è venuta l’idea, qualche anno fa, di mettere in scena uno spettacolo tratto da alcuni testi di Alda Merini, in un teatro di Milano. Ho avuto, in quell’ avventura, dei fantastici compagni di viaggio. Sapevamo che non avremmo trovato sovvenzioni, che non ci sarebbero state valanghe di spettatori (“a chi interessa la poesia, oggigiorno?”) che ci saremmo dovuti arrangiare con quel poco di tempo rimasto a disposizione dopo le singole giornate di lavoro, che non avremmo guadagnato un soldo, che ci saremmo giocate le notti.
La sera della prima, c’erano i soliti amici e tre o quattro spettatori paganti sparpagliati qui e là, nella desolazione della sala. La cosa non ci sorprese più di tanto, l’avevamo messa in preventivo. Dopotutto, a chi può interessare la poesia ecc. ecc. La sera seguente, però, la sala era piena (o vuota, fate voi) a metà. La cosa ci incoraggiò. Il terzo giorno abbiamo fatto il tutto esaurito, e così nei successivi, che sono stati in totale, credo, dieci. Cos’era successo? Semplicemente che si era messo in moto il benedetto Passaparola. E la magia delle pagine di Alda Merini aveva fatto il resto.

Di lei mi innamorai di nascosto, leggendo i suoi testi a rate in una libreria di Milano, senza comperarli. Lo feci più tardi, quando le mie finanze cominciarono a permettermelo. E me li portai a casa uno a uno, accarezzandoli lungo il viaggio, come se fossero stati dei cagnolini con i quali mi ero guardato a lungo attraverso la vetrina del negozio, e che ora potevo finalmente portare a vivere con me.

Quando mi venne l’idea di comporre un materiale teatrale da quei testi, telefonai alla casa editrice. Mi fecero passare da un interno all’altro fino a quando incrociai una signora molto gentile che mi facilitò il numero di telefono di quell’appartamento sui Navigli nel quale vive ancora oggi la signora Alda Merini. Beh, devo dire, è stata una grande emozione. Mai immaginato che potesse filare tutto così liscio.
E’ stato anche l’inizio della fine di un idillio mai cominciato, che si portò via una fetta del mio ottimismo  e mi convinse per un pezzo di qualcosa che avevo sentito dire in passato e fino a quel momento mai preso sul serio, cioè che i grandi bisogna ammirarli facendo molta attenzione a non incontrarli mai.
Niente di chè, figuriamoci. Qualche giornata di attesa sotto il suo portone, dopo una sfilza di appuntamenti dei quali non si è mai ricordata. E varianti sul genere. La cosa comica era che ogni volta che richiamavo dovevo ripresentarmi “Si ricorda, sono quello che vuole fare lo spettacolo…?” E capii ben presto di non essere riconosciuto come colui che aveva telefonato il mattino prima, e quello prima ancora, ma che lei accorpava i miei tentativi sotto un medesimo obbiettivo, ma con diciture diverse. Quindi, mi sentivo rispondere, “Ah,  un altro che vuole fare uno spettacolo…” E via dicendo.
Un giorno, disperato perché il tutto era pronto, il teatro doveva inserirci nella programmazione, bisognava fare stampare le locandine ecc ecc, richiamai quella simpatica signora della casa editrice che mi aveva facilitato il numero e  le confessai  il mio cruccio. Lei si è messa a ridere. Benvenuto nel club, mi disse. Ci incappiamo anche noi tutte le volte. Fatto è che le saltò in mente un fatto. Si mise a rovistare tra le copie dei contratti di edizione e mi comunicò, per mio sollievo, che i diritti li detenevano loro, e che quindi non dovevo (più) passare attraverso le forche caudine di un autore indaffarato. Stabilimmo -in questo ci siamo trovati subito d’accordo- che tutti i proventi derivati dalle rappresentazioni sarebbero andati alla poetessa, e abbiamo preso il via. “Sa”, mi disse la mia salvatrice, quella signora simpatica dei contratti, “versa in condizione economiche critiche”.

Quella zona dei Navigli Milanesi in cui vive Alda Merini forse un giorno porterà il suo nome. Lo sponsor più valido dei poeti continua ad essere la morte. Fino ad allora, sarà la zona della “movida” lombarda. Quella che cercano febbricitanti i ragazzi venuti dall’est, dall’ovest. Quella del tutto compreso e del nulla più disarmante. Quella dove bazzicano gli abitanti del popolo della notte, che affollano i locali con la loro immensa noia festosa; fruitori instancabili di beveraggi  esotici i cui nomi non riescono nemmeno a pronunciare, con le loro risate vuote sulle sponde di un fiume artificiale quanto la loro momentanea felicità, che trasforma il mattino prossimo venturo in un supermercato dello sconforto nel quale è possibile inciampare in qualsiasi cosa, dalla catasta di  bicchieri dei mojitos nottetempo scolati ai corpi dentro i quali continuano imperterriti il loro viaggio, in quella risacca viscosa che tutto accomuna, e che il flusso stremato del canale non tenta più nemmeno di  portare via.
Scommetto che in pochi sanno che dietro una di quelle finestre dimora la più grande poetessa vivente d’Italia. Quella ogni anno in odore di Nobel. Quella alla quale un giorno, forse, qualcuno intitolerà quella strada.

Lo spettacolo di cui parlavo si chiamava “La vita facile”. Lo abbiamo ripreso un’altra volta, al Centro Culturale Svizzero, in occasione della presentazione di un nuovo libro della Merini. Allora c’era anche lei. E intorno, una folla adorante come non mi è capitato di vedere per parecchio tempo. Che pendeva dalle sue parole. Che sembrava avere atteso a lungo la possibilità di sentirla parlare da vicino. Mi riconciliai con lei. E mi tornò in mente quella frase: “A chi interessa oggi la poesia?” Be’, a quella gente senz’altro interessava. L’ho vista cambiare man mano che ascoltava. In un silenzio talmente pieno di vita che ogni tanto scoppiava in un sorriso. O in una lacrima. Interessava a noi, che a quella poesia avevamo dedicato del tempo e della passione, e dalla quale siamo stati generosamente ripagati. Perché ci siamo addentrati in lei a poco a poco, con soggezione, e quando siamo usciti non eravamo più gli stessi.

C’è un’altra frase che mi perseguita d’allora. Quella della signora simpatica della casa editrice. “Sa, versa in condizioni economiche critiche”. Mi chiedo com’è possibile che un autore del quale si trovano in libreria decine di titoli, e che viene ristampato in continuazione, debba vivere una vita di stenti. Mi assale il dubbio che i suoi diritti siano stati acquisiti in tempi lontani, in toto, al prezzo della fame, come è successo con quelli dei libri di cui abbiamo tratto lo spettacolo.  Che gli unici a ricavare degli utili siano gli editori, quelli che, guardacaso, continuano a ripetere la frase “A chi può interessare oggigiorno la poesia?”

Ecco quindi che mi scappa l’appello. Quello che non mi riesce. Quello al quale non riesco a rinunciare, nonostante la stagione. Quello in cui mi auguro di essere convincente. Quello che si è fatto tardi ormai, senz’altro scriverò domani.

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One response to this post.

  1. Posted by Denise Biga on agosto 3, 2009 at 5:32

    E’ confortante scoprire che, in mezzo a vanitosi, bellone sempre in tiro,massaggiatori improvvisati e seguaci del new age con psicopatologie varie, ci sia anche qualche persona che frequenta pensieri più alati, continuando a fare il proprio lavoro con professionalità e senza fisime varie. Tradotto: WOW!!Una speciale persona normale!! Hai ragione, la poesia è una passione da cui non ci si può liberare. Anch’io l’ho incontrata da bambina, quando la mia maestra, a scuola, ci assegnava per lo studio a memoria creazioni stupende e nient’affatto infantili (Ungaretti, Quasimodo..) e rimaneva incantata dalla passione che io mettevo nella recitazione, gratificandomi puntualmente con un 10. Più tardi ho scoperto la liederistca e mi sono appassionata alla letteratura tedesca: ho studiato al Conservatorio di Torino con Elio Battaglia, il massimo esperto italiano di questo genere musicale, dopo aver fatto veri salti mortali per farmi accogliere nella sua classe!! Ma sia al tempo della scuola sia nel difficile tratto di vita che ho percorso negli ultimi anni, la poesia è stata una costante, letta e desiderata in ogni momento, triste o felice…uno scrigno in cui cercare consolazione, confrontarmi con i sentimenti di altri per leggere i miei…Improbabile però parlare di questo in certi contesti, perchè spesso scopri che la gente non legge, o legge testi che sembrano avere funzione di rassicurazione (quanti colleghi beccati a sostenere le teorie dell’ultimo pseudo-psicologo americano della serie “come si fa ad avere successo”, o “ti spiego io il senso della vita”). Poche sono le persone che si interessano alla letteratura e alla cultura in genere con reale passione. E anche lo snobismo è in agguato!!! Allora preferisco le orecchie dei bambini e dei ragazzi di scuola, che non sono ancora così tanto viziate! Un episodio curioso. Il preside della scuola dove ho insegnato quest’anno entrò una mattina in classe mentre stavo facendo ascoltare “Erlkoenig” di Schubert, facendo la traduzione simultanea del testo di Goethe. Nessuno dei ragazzi se ne accorse, tanto erano presi, e lui rimase zitto in un angolo per non spezzare l’incanto di musica e poesia!! Insisti, caro amico, come anche io, con i miei poveri mezzi ma con tenacia e passione, insisto ogni giorno. Lancia i tuoi appelli: qualcuno li recepirà sicuramente. Concludo con un plauso al tuo modo di porti in questo strano ambiente che è il teatro. La tua discrezione e la tua misura sono ossigeno per me, fra tanti sciroccati!! E’ sicuramente un commento dettato dal mio essere torinese, che significa una tradizione di essenzialità e sobrietà condita da energia e chiarezza di intenti….Sotto questa compostezza però si percepisce tanto fuoco, e questo non è stupendo? Ciao. Denise

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