E se la smettessimo di ridere?

Nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere…

Baruch Spinoza

Una risata non è la soluzione a tutti i mali. Non è di sicuro la felicità, anche se alle volte, almeno per un istante, le assomiglia parecchio. Quello che nessuno mette in dubbio è che aiuta a sentirsi meglio. Ridere, dicono, accresce l’autostima e la fiducia in sé stessi. Tiene a bada tanto la depressione quanto la tristezza, preservando, quantomeno per il tempo della sua durata, gli attacchi dei pensieri e delle emozioni negative (pare non sia possibile ridere e pensare allo stesso tempo), aiutando a combattere l’insorgenza di patologie psicosomatiche.

Il riso favorisce la produzione e la liberazione di sostanze biochimiche come la Dopamina, che aiuta a risollevare lo stato d’animo. La Serotonina, una sostanza della famiglia delle endorfine con proprietà calmanti e analgesiche. L’Adrenalina, che ci consente di restare ancora più svegli e ricettivi, e favorisce la creatività.

Aristotele sosteneva che il nostro ridere davanti a degli esseri imperfetti, davanti al grottesco o al deforme, deriva da una nostra presunzione di superiorità. Il vecchio Freud lo reputava (tra altre cose) un modo di liberare energia.

Ci siamo crogiolati per secoli nell’idea di essere l’unica specie della creazione in grado di farsi una sana risata, finché gli etologi non sono arrivati a scipparci la caramella. I restanti animali sono altrettanto capaci di ridere, di sorridere, e perfino di farsi degli scherzi, in modo di provocarla, quella risata. Gli scimpanzè, ad esempio, i nostri più vicini dirimpettai, conoscono da sempre le sue virtù e le sue mirabili proprietà in materia di mantenimento della coesione sociale. Ma non solo.

Noi abbiamo cominciato a ridere parecchio tempo fa. E da allora non abbiamo più smesso.

Ci fu un tempo, nella nostra storia, in cui sul terreno politico si presentarono dei personaggi talmente goffi e deformi che quasi ce la siamo fatta addosso. Se ne sono aggiunti altri, ancora più grotteschi dei precedenti, strada facendo, e noi che basta, che per favore, che non ce la facevamo più. Quando cominciarono a esaurirsi le riserve di risate, abbiamo preso a comperarle (e in questo non c’è primate che ci possa contendere il primato) da quelli che secondo noi ci sapevano fare. Così, cammin facendo, un’industria da sempre esistente, di piccole dimensioni, a conduzione familiare, si riconvertì alla produzione in serie. Una nuova era sembrò nascere dalle ceneri della paura esistenziale. Si infarcirono i cinema di film i cui superbi imperativi erano quelli di far ridere, di qualsiasi cosa, a qualsiasi costo, dopotutto il fine giustifica i mezzi. E si svuotarono i teatri finché non impararono a fare la stessa promessa. Si cominciò a stampare dei libri che, tra una risata e l’altra, vendettero milioni di copie. Si studiarono dei programmi televisivi attraverso i quali si provò a far ridere all’unisono interi popoli composti da esseri diversi, che poco a poco cominciarono ad assomigliarsi, perché a quanto pare non c’è una glottide che non assomigli a un’altra. E si è verificata una costante crescita nella produzione in vitro di coadiuvanti alla felicità collettiva, per quelli diversamente abili nel campo della scompisciata di ordinanza, quelli che da soli non ce la possono fare. E pare che persino i pesci stiano imparando a lasciarsi andare, a furia di sguazzare in una pisciata epocale di Prozac, polverina di stelle e Negroni Sbagliati.

E ci siamo sganasciati dalle risate tanto, ma tanto, che perfino l’asse della terra pare abbia variato di qualche grado la sua inclinazione originaria.

Ora, quei politici di cui abbiamo riso a crepapelle non appena li abbiamo visti apparire sul terreno, quelli goffi, grotteschi, che sembravano usciti da un palcoscenico del grand-guignol, loro, di cosa hanno riso in questi anni, di cosa continuano a ridere? A volte mi viene da pensare che ridano proprio di noi. E noi, che continuiamo a scompisciarci davanti alle loro barzellette, che ci scambiamo con un sorriso, scuotendo la testa, l’ultime gaffe del potente di turno o del cafone appena pervenuto, che ci teniamo così tanto a rimarcare la nostra presunta superiorità, non staremo per caso ridendo di noi stessi? Come una scimmia che davanti allo specchio non riesce a capacitarsi di quello che sta osservando, del fatto che possa esistere una roba così spassosa al mondo. Perché quell’immagine riflessa, quegli strampalati figuri che abbiamo tentato di seppellire con una risata, oggi decidono sui nostri destini e su quelli dei nostri figli.

E mi viene il sospetto, alle volte, che sia stata proprio quella risata (quella assenza di pensiero connaturata al suo scoppio) ad averglielo consentito.

Che siano soltanto loro a ridere da un sacco di tempo.

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