Una tristezza improvvisamente perfetta

Mi hanno sempre fatto paura i debiti. Deve essere un retaggio dell’infanzia. Li temo perché mi costringono a pensare al tempo, a quello trascorso dal momento in cui li ho contratti, a quello che forse mi mancherà  per ripagarli.
Si sono celebrati, in questi giorni, mercoledì primo luglio ’09, i cento anni della nascita di uno dei più grandi scrittori latinoamericani, l’uruguaiano Juan Carlos Onetti.  Scrissi di lui tempo fa, in un pezzo dedicato alla poetessa Idea Vilariño, recentemente scomparsa, e credo di non avergli fatto un torto, ma restai dell’avviso che avrei dovuto, prima o poi,  ampliare il suo ritratto, allora soltanto delineato, e non nei suoi tratti più salienti. Cane, asino, bestia, lo definiva lei all’interno di quel travaglio amoroso durato suppergiù la vita intera. E di sicuro lo era stato, Onetti, nei suoi confronti, come lo siamo stati tutti, almeno una volta, nei confronti di qualcuno che ci ha voluto bene. Ma di sicuro lui era stato anche ben altro, se è riuscito a diventare oggetto e soggetto di una passione lancinante che avrebbe segnato a vita una donna come Idea, e a farsi dedicare da lei dei versi tra i più  struggenti mai scritti.
Perché Onetti non è mai stato un uomo qualsiasi. Era un creatore di mondi paralleli, incapace di vivere in quello reale. Costretto a frequentare quest’ultimo, prendeva a sublimarlo, ammantandolo di nostalgica ironia. Di quella tristezza così profonda che diventa lievità. Che traspare da un sorriso, da una stretta di mano, dal via vai incessante di uno sguardo sperduto.  Qualcuno ha detto che nella vita assomigliava a un Buster Keaton uruguayo,  malinconico come soltanto un uruguayo è capace di essere. Altri dicono che non faceva altro che ridere, soltanto che da qualche decennio a questa parte la sua risata la riservava per sé stesso. E questa implodeva all’improvviso, nel più profondo dei suoi silenziosi anfratti.
Amava alla follia William Faulkner, di cui aveva sempre un ritratto a portata di mano. Un uomo, uno scrittore “capace di sopportare che la gente andasse all’ inferno, a patto che l’odore della carne bruciata non gli impedisse di continuare a scrivere”.
La vita, per Onetti, non è altro che uno stato d’animo. Diviene reale nel momento stesso in cui si riversa sulla pagina, per diventare letteratura. E quando la realtà, con uno dei suoi colpi di mano, cerca di prendere il sopravvento sulla fantasia, allora bisogna dotarla di uno sfondo “dissolvente e nuvoloso”, di gremirla di una umanità ancora più sofferta di quanto lei stessa s’impegni a disegnare, come in una sfida all’ultimo sangue tra  possibile ed immaginario, nell’architettura del dolore.
Quando Peròn vietò i viaggi tra Montevideo e Buenos Aires lui creò Santa Marìa, la sua città immaginaria, summa e sintesi di entrambe le rive del Plata. Lì ospitò quei personaggi che da sempre lo avevano ossessionato. Immorali, misogini, disperati, papponi e prostitute in disarmo, tutti con la vocazione della pazzia o del suicidio. In quella città nasce e resta a vivere  per sempre  la trilogia dei suoi capolavori: La vida breve (1950), El astillero (1961) e Juntacadáveres (1964).
Il suo esilio cominciò a Montevideo, nel 1975, e si concluse nel 94’, su quel letto della casa di Madrid sul quale avrebbe trascorso l’ultimo decennio della sua vita. Lì ricevette gli omaggi dei più grandi scrittori latinoamericani e spagnoli, che andavano a fargli visita con reverenziale ammirazione. E lui li riceveva così, a letto, in mutande e canottiera, fumando incessantemente e prendendoli spesso per i fondelli, per quella vanità dell’immagine, che secondo lui, impediva di vedere l’uomo che si celava dietro. Mario Vargas Llosa, che di recente ha scritto un libro su di lui, racconta di avere letto più di venti volte El infierno tan temido (L’inferno tanto temuto) e di non riuscire a smettere di commuoversi, nè di terrorizzarsi. E’ un racconto perfetto, afferma, e La vita breve è stato il primo romanzo moderno dell’America Latina.
Quando glielo diceva, Onetti sogghignava. Una volta, in cui erano presenti altre persone, si rivolse a loro dicendo Vedete, voi pensate che mi resti soltanto un dente in bocca, in realtà io ho una dentatura perfetta, soltanto che gliel’ho regalata a Mario Vargas Llosa.

Tempo fa, un giornale spagnolo creò una sorte di rubrica nella quale diverse personalità raccontavano la propria esperienza intorno all’universo umano e letterario del narratore. S’intitolava  Porquè queremos tanto a Onetti (Perché amiamo così tanto…) Perché lui era letteratura, azzardò qualcuno, prima come lettore e soltanto dopo come scrittore. Più che raccontare i suoi successi, o di fare leggere le righe appena scritte, lui preferiva sprofondare in un libro scritto da qualcun altro. Perché aveva raschiato la sua vanità fino ad arrivare alle ossa. Perché vedersi in lui, era come guardarsi per quello che in realtà siamo.

Raccontano che quando lo portarono in una caserma di Montevideo, dopo l’arresto per avere premiato, come integrante della giuria in un concorso, un racconto che i  militari accusarono di Vilipendio alle Forze Armate, un ufficiale cominciò l’interrogatorio con queste parole
-Vediamo un po’, se ci fossero state le elezioni, lei chi avrebbe votato?
– Io non avrei votato per nessuno.
-Ma lei non crede in nessun partito politico?
-No.
-Ma allora, in cosa crede?
-Io non credo in niente.
-Allora io scrivo “Anarchico”.
-Ecco, quello, scriva  pure anarchico, concluse Onetti.
“Posso vederlo ancora. A torso nudo in quella appiccicosa domenica d’estate, intrappolato nel suo appartamento del Barrio Sur di Buenos Aires, cosi meschino di spazio che gli stringeva sulle ascelle (…) Un abitacolo non più grande del pozzo di Eladio Linacero, nel quale J. Carlos Onetti – amava essere chiamato così- giacente e silente, non era altro che un uomo solitario, amputato di paesaggi, che leggeva e fumava indifferente a quel posto della città come a un qualsiasi altro posto del mondo o dell’universo”

Tra la caligine del fumo in quella stanza dei ricordi stagnanti, la moglie ricorda gli incessanti camuffamenti della sua nostalgia, che usava declinare in sarcasmo, non appena cominciava a sentirsi accerchiato.
Soltanto quando gli capitava di dover scrivere la parola Uruguay, si mostrava disarmato, racconta lei.  Non gli è più riuscito dal suo arrivo a Madrid.
Non è niente, è che mi si appannano gli occhiali, solleva dire. Bisogna che mi faccia vedere dall’oculista.

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