Ubù Re

Bisognerebbe essere molto maliziosi per trovare un’attinenza. Sarebbe necessaria, quanto meno, una dose di malafede pari a quella sciorinata a più riprese da un Borghezio o da un Salvini, per accostare la profusione  di italianità presente nei cognomi dei tanti cafoni con velleità di potere dispersi per il mondo alla degenerazione di una particella cromosomica nazionale tramandata iuris sanguinis, di migrazione in migrazione, al di là degli oceani.
Un mio amico argentino che vive a Tegucigalpa, (che non sa chi siano – beato lui-  né Borghezio né Salvini)  qualche dubbio lo avanza. Mi allega una lista dei golpisti e dei torturatori che scorrazzarono allegramente lungo i nostri anni di piombo, in Sudamerica, a cavallo degli anni 70’ e 80’.  Galtieri, Videla, Troccoli, Gavazzo, Maidana, Calcagno, Mitrione, Fante, Rodomonte, Buonifava… e la lista si allunga in qualche altra decina di casati che il mio amico sostiene sia ancora parziale, ma cita a memoria e questa, a dir suo, comincia a fare le bizze. Io replico che, almeno il doppio di quella cifra compongono quelli che, sempre con un cognome italico, risultarono vittime di quei carnefici, e altrettanti quelli che li contrastarono.  Lui annuisce con un clic, ma non mi sembra del tutto convinto.

Quando Alfred Jarry, il creatore della patafisica, scrisse Ubù Re, non conosceva di certo Roberto Micheletti. A dir la verità lo conoscevano in pochi, fuori dal suo paese, prima di questa domenica di giugno in cui da presidente del congresso dell’Honduras balzò alle cronache come il fantoccio designato dai golpisti militari per assumere l’incarico di “Presidente costituzionale della nazione”.
Fa ridere l’Ubù Re, è un pezzo di genialità applicata al teatro, ma lascia anche un gusto amaro in bocca. Parla di una certa qualità schizofrenica della personalità,  della malata perversione di chi cerca -attraverso ogni mezzo a sua disposizione- di abbracciare, di carezzare, di ostentare un potere.

Quell’alba di domenica 28 giugno 2009, il presidente eletto Manuel Zelaya, è stato svegliato da un manipolo   di soldati in assetto  da combattimento. Senza perdere tempo, scalzo e in pigiama,  venne messo su un aereo e spedito diligentemente in Costa Rica.  Qualche ora più tardi il segretario del congresso, con voce radiosa, diede lettura al paese di una lettera in cui il presidente Zelaya rinunciava al suo mandato, aggiungendo che con le sue dimissioni si augurava che si potessero “rimarginare le tante ferite createsi nell’ambito politico nazionale”.
Era strano, qualcosa di simile era successo in Venezuela, 7 anni prima. Qualcuno aveva letto in diretta nazionale una rinuncia formale del presidente Chàvez al suo mandato, e la destra corse a chiamare  a raduno tutte le sue forze, in previsione di un fantomatico “vuoto di potere”.
Peccato che, nell’uno e nell’altro caso, fosse tutto una farsa. Un coup de théâtre . Fallito, e senza nemmeno la genialità di un Jarry.
Ma nel caso dell’Honduras Zelaya era ormai oltre confine. L’ardito Micheletti, senza pensarci due volte, piazzò il suo onorevole deretano sulla poltrona del presidente appena deposto, e decise di consegnare la sua faccia alla storia. Che non sarà di certo quella universale a cui tutti gli Ubù aspirano, ma una di casa nostra, delle mutande sporche e le dita nel naso. Quella dei fazzoletti in tasca,  che ama le frasi roboanti: “Non sono arrivato qui sotto l’ignominia di una colpo di stato”, “Questo non è di certo un giorno felice, ma sì un giorno in cui sono state difese le istituzioni, lo Stato di Diritto e l’Ordine Democratico”

Fuori dal palazzo di governo, dal quale il nostro non si è più mosso da quel dì, i militari hanno dichiarato lo stato d’assedio. I mezzi di comunicazione sono stati censurati. Le garanzie individuali sospese. I governi di mezzo mondo, quello che conta, hanno richiamato gli ambasciatori in patria, e le sanzioni internazionali cominciano a togliere un  respiro già di per sé faticoso a un paese secondo in povertà soltanto ad Haiti. Ma Re Ubù non si impensierisce più di tanto.  Ho il sostegno e l’affetto del 80 per cento degli Honduregni, afferma. Il resto è tutta propaganda della sinistra.

Non so cos’altro voleva dirmi il mio amico da Tegucigalpa. È caduta la linea e non sono più riuscito a riprenderla. Ci tenterò nei prossimi giorni. Non vorrei che, con i suoi pregiudizi, arrivi un giorno, quando ripartirà il calendario,  a proporre un “pacchetto sicurezza” contro gli italiani all’estero. Proverò a raccontargli che, nella maggior parte dei casi, sono brava gente. Che, come nelle migliori famiglie, ogni tanto, qualcuno decide di recitare sopra le righe, e viene fuori qualche buffonata.  Ma, a un certo punto della notte  cala il sipario, e tutto torna come prima.

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