Libertà condizionale

Ci sono dei giorni in cui la felicità assume forme banali. Il pomeriggio che promette pioggia, dopo una settimana di lagne  canicolari,  e allunga un alibi di ferro alla voglia di restare chiuso in casa. Il frigo, accettabilmente vuoto, i libri, il camminare a piedi nudi sui giornali dell’ultima domenica, un telefono a portata di mano e, in questa, la suprema libertà dell’accettazione o del respingimento (che parola odiosa) di una chiacchierata. La voglia di scrivere, di qualsiasi cosa, a prescindere, anche se di solito c’è sempre qualche pagina che bisogna finire e di cui non si riesce a fare a meno. E poi internet, per gli attacchi compulsivi. Acqua, (mal che vada quella del sindaco) caffé, un po’ di latte.  Cos’altro?.  Ricetta abituale e collaudata di una gremita solitudine, voluta e ricercata a tempo perso, una volta. A ritmi sempre più serrati strada facendo.
Non mi rendo conto, ma a metà pomeriggio l’intero spazio è foderato di parole. Arrivano da ogni dove. Da sole alle volte, altre volte in grappolo. La radio accesa, non so da quanto tempo,  di solito è la prima cosa che faccio, non appena riesco a mettermi in piedi, prima ancora di riuscire ad aprire gli occhi. La seconda è il computer,  lui, dopo qualche bip di contentezza, tace per il resto della giornata. La caffettiera sul fuoco, questa sì brontolona come poche, per mia fortuna, e forse anche per quella dei vicini. E poi il televisore, come una finestra aperta verso l’imbecillità, inspiegabilmente acceso anch’esso, sul quale ogni tanto butto un occhio, nonostante i miei conati libertari, la pretesa di tenermi lontano dal pomeridiano rincoglionimento universale.
Gli esperti della comunicazione che, secondo me, vedono un sacco di televisione, hanno stabilito che una persona viene bombardata da diecimila impressioni sensoriali ogni secondo. Se il mio  vecchio computer, quello che tace, fosse in grado di ricevere una cifra simile di talune impressioni (extracettive e propriocettive, mah!)  credo che scoppierebbe nel giro di pochi minuti. O che si metterebbe a urlare. E noi? A quanto pare il nostro cervello è in grado di sostenere un lavoro di smistamento sovrumano, degno di un computer. Una drastica abilità di selezione che lo preserva dall’essere sommerso da una catasta di informazioni irrilevanti.
Ma che cosa è o non è rilevante, per ciascuno di noi? Possiamo congetturare quanto vogliamo ma la verità è che la percezione della realtà varia da individuo a individuo, da generazione a generazione, da gruppo sociale a gruppo sociale, ecc ecc, e, quindi, quello che colpisce alcuni di noi, a volte nel più profondo dei nostri strapiombi emotivi, le nostre care impressioni sensoriali, insomma, ad altri fanno semplicemente una pippa.
E viceversa.
Fa pensare. Sullo schermo scorrono le immagini di un programma dedicato al mare. Una giornalista prende un pesce morto dalla coda e lo avvicina alla telecamera. Guardate che splendida cernia!, dice, incurante del fatto che quello che ha in mano non è che una salma di cernia. Si replica poi con un dentice, e con un pesce azzurro, e così via, finché qualcuno procede a smembrarle, quelle spoglie, a farle a pezzi e a buttarli, uno dopo l’altro, su una padella di olio fumante.  -Che profumino delizioso, aggiunge la presentatrice, con un sorriso tatuato a divinis sul grugno.
Cerco di immaginare, per un istante, cosa succederebbe se, al posto della cernia, o del dentice, ci fosse il cadavere di un mammifero su quel tavolo. Un agnello, un coniglio, persino di una foca, o una balena, per restare in tema mare. Ondate di proteste di animalisti di ogni credo e religione si alzerebbero fino a sommergere di sacra indignazione gli ideatori di una barbarie del genere. E discussioni a non finire. E raccolte di firme. E promesse di rimozioni.
Ma con i pesci non succede. Nessuno che accenni un gemito. Che sia l’attaccamento primigenio alla mammella l’elemento distintivo e accomunante attraverso  il quale le nostre impressioni sensoriali  si schierano a favore  degli uni e se ne fregano olimpicamente della sorte degli altri?  Potrebbe anche essere, comunque sia, spengo l’apparecchio e stacco persino la spina, onde evitare che si riaccenda da solo.

Su uno dei giornali, di quelli sparpagliati per terra, leggo che due funzionari della Guardia di Finanza sono stati incriminati per lo stupro di una prostituta rumena, avvenuto all’interno della loro macchina di servizio. I telegiornali non se ne sono occupati. Nessuno ha alzato la voce in vibrante protesta. Chissà. Forse il nostro cervello nazionale è stato sapientemente
ri-programmato nelle sue funzioni selettive. Forse qualcuno lo ha spento, e persino staccato la spina, onde evitare ecc. ecc. Per preservarci di tanta inutile, irrilevante informazione.
O forse è soltanto il fatto che i rumeni respirano ancora con le branchie.

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