Uno, nessuno e centomila

…fate, vi prego, che siano ben trattati:
gli attori sono i cronisti brevi e astratti
del nostro tempo.
W. Shakespeare. Amleto
Atto II- Sc. II

Resto spesso sconcertato davanti alla scomparsa silenziosa di determinate parole. Voci che se la svignano alla chetichella, quasi che avessero fretta di togliere il disturbo e di svanire nel nulla.
Così, nei meandri lessicali di questa Italia chiacchierona, colta, incazzosa, elegante, depressa, indaffarata, così piena di knowhow, di talkshows, di happyhours,  di cococò e di quaquaraquà, ci ha lasciato la parola Dignità. Andata. Ita . Pace all’anima sua.
Eppure sino a non troppo tempo fa sembrava talmente in forma al punto di essere considerata ingrediente indispensabile in qualsiasi attività l’essere umano decidesse di cimentarsi, e – anche se non sempre rispettata- diventava quanto meno una bandiera sotto la quale anche i più sfortunati riuscivano a far meno pesante la propria quotidianità.
Ma ora vengo al punto.
Esiste in Italia, cioè nella civile Europa, un’etnia inesplorata, quasi invisibile, quindi trascurata, ignorata, spesso bistrattata, alla quale la dignità è stata sottratta progressivamente fino a diventare un ricordo che ciascuno cerca di scrollarsi di dosso con fastidio.
Sto parlando dei cosiddetti “Lavoratori dello Spettacolo”: attori, danzatori, cantanti, musicisti, mimi, acrobati, nani e ballerine… Esseri viventi, nati da donna, ma carenti di cognomi illustri, di parentele sgombranti o di attributi fisici di traboccanti specificità. Molti, tra questi, sono laureati. La maggior parte diplomati in quelle scuole di recitazione, di danza o di musica che lo Stato continua a sovvenzionare e alle quali si accede attraverso una dura selezione. (C’è, quindi, da supporre che una minima fornitura di talento non sia a loro estranea.)
Questa massa in crescita costante – visto che si arricchisce anno dopo anno di  alcune centinaia, forse migliaia- di elementi,  non esiste, anche se, comunque, percorre in lungo e in largo la penisola, intasa  centralini telefonici, consuma ginocchia, dimagrisce, studia, si tinge i capelli, accenna sorrisi, ingrassa clientele, e, sopratutto, s’addenta il fegato in attesa di quel “provino” che permetterà di mettere in pratica per pochi minuti quel che si è  imparato in lunghi anni di frequentazioni accademiche e corsi vari.
In questa società del liberalismo economico e dei miracoli in imminente arrivo, però, da molto tempo piccoli teatri e compagnie indipendenti hanno preso la via dell’estinzione a favore di Fondazioni di diritto privato e pubbliche risorse, alle quali accedere senza i sopraindicati distintivi diventa impresa difficilmente sostenibile.
Comincia così la ricerca dello sbocco che permetterà di sopravvivere  (in attesa di tempi migliori) e che pian piano si trasferisce ai campi più vari. Si finisce per fare la Comparsa, il plaudente Pubblico nei programmi televisivi o -o anche- a lavorare nella Lirica, in quel sonoro calderone che qualche amante degli eufemismi ha soprannominato dei “Mimi”, qualche altro dei “Tersicorei” e altri ancora, addirittura, dei “Figuranti Speciali”
Ecco finalmente l’America dei teatranti! Gli Enti e i Festival Lirici! Così fastosi, così ricchi, capaci di spendere tre o quattro milioni a produzione pur di sdilinquire un pugno di danarosi melomani e disposti a raddoppiare la paga sindacale ad un attore per fargli tenere una lancia in mano con eclatante professionalità.
Ma arrivarci non è semplice.
In molti posti bisogna presentare un diploma rilasciato da una qualsiasi scuola. + curriculum, fotografie, ecc ecc. Si viene poi sottoposti a un provino di idoneità, superato il quale si viene ri-sottoposti, ogni volta, per ogni singola produzione, ad una nuova cernita nella quale il regista o il suo assistente, o l’assistente dell’assistente selezionerà, infine, le persone adatte.
E’necessario, a questo punto, aprire la partita I.V.A. (si diventa, quindi, una ditta individuale), affidarsi a un commercialista,  comperare i registri, pagare l’IRAP (alla stregua di un dentista o di un orefice) e controfirmare dei contratti che ricordano in precisi caratteri che puoi essere cacciato in qualsiasi momento, senza diritto a alcun tipo di spiegazione, figuriamoci di indennizzo.
Diventando quindi un “autonomo”- anche se sottoposto a insindacabili ordini del giorno, obblighi di presenza, di trucco, anche integrale e “con i prodotti che il regista riterrà necessari senza per questo pretendere alcun compenso aggiuntivo” (contratto del Teatro Carlo Felice, di Genova), “a esibirsi come il regista riterrà più opportuno, anche integralmente nudo, senza per questo pretendere alcun compenso aggiuntivo” (idem), e con una dose di autonomia pressoché inesistente – i “Mimi” sono disconosciuti dai sindacati, viene a loro ricordata ad ogni occasione l’assoluta mancanza di diritti associativi, ricattati, inseriti in “liste nere” al minimo sussulto e cancellati da quell’elenco degli “idonei”che  permetteva loro di accedere ai sospirati provini.
Viene inoltre negata, da parte del INPS, l’indennità di disoccupazione (anche quando i contributi superano di gran lunga quelli richiesti dalla legge), molto spesso il diritto alla sanità pubblica, alla maternità, e nessuno arriverà mai a godere di quella pensione per la quale, comunque, gli viene trattenuto un salato corrispondente ad ogni singola fattura.
C’è bisogno di aggiungere che quasi la totalità di queste “Ditte individuali” riesce a fatturare in un’annata eccezionale un massimo di quindici o ventimila euro, e che spesso non arrivano neanche alla metà di quella cifra?
Dov’è oggi collocata quella soglia di povertà sotto la quale la sopravvivenza risulta improbabile?
E all’interno di quale confine riesce a campare la creatività?
Ma la perdita, vera e irrecuperabile, è quella della propria dignità. Si smarrisce quasi  inavvertitamente, sotto le pieghe dell’eccezionalità, e finisce per diventare la regola.
Ci si accorge che più che il talento quello che conta sono le “empatie”, la capacità camaleontica, arlecchinesca, di sopprimere sempre e comunque il proprio modo di pensare, di non disturbare, di accettare  anche l’inaccettabile e di dimenticare accuratamente le illusioni che sospingevano ciascuno di loro all’inizio del viaggio.
In questi anni, i teatranti sono diventati dei bravi ragazzi. Mansueti, docili, disposti ad assecondare i capricci di un qualsiasi burocrate con due lire di potere in tasca e, spesso, con poco o niente da spartire col teatro o l’arte in generale.
Hanno partecipato a dei provini nei quali i feriti venivano raccolti e portati via in barella in mezzo all’indifferenza generale e senza l’ombra di una qualsiasi forma di assicurazione. Hanno danzato sul letame (e non è una battuta). Sono stati eliminati d’ufficio dopo essere stati scelti dai registi in sudate audizioni e si sono sgolati urlando in silenzio onde evitare di essere etichettati come “elementi disturbanti”, “scocciatori”, “piantagrane”.
Di questo sottofondo astratto si sa poco e nulla. Non si conoscono statistiche, non figura nei calcoli della disoccupazione. In nessun ufficio pubblico si trova una risposta concreta ad un qualsiasi quesito posto da uno dei suoi abitanti.
Fino a quando qualcuno non deciderà d’interessarsi, di sostenere con normative chiare ed adeguate l’esistenza travagliata di questo settore non trascurabile della vita culturale e di ripristinare l’uso di quella dignità smarrita, esso continuerà ad essere nient’altro che un universo marginale, caduto nelle crepe di una società industriale ogni volta più sorda e più cieca.
Capita spesso, in questo ineffabile villaggio globale del “panem e televisionem” e dei talenti misurati col metro delle amicizie o dalla portata del reggiseno, che qualcuno si strappi le vesti parlando del decadimento di un’arte nella quale una volta l’Italia primeggiava.
Non so quale sia la risposta, o se ci sia soltanto una, ma credo sinceramente che i migliori talenti di questa generazione non si trovino sui calendari o tra i volti eternamente sorridenti dei rotocalchi alla moda, ma spesso, come sosteneva Allen Ginsberg, “ si trascinano stremati, all’alba, per le strade.”
Spesso, con un pensiero fisso: ma chi me l’ha fatto fare ?

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