Scusate lo sfogo

Scusate lo sfogo. E il riferimento personale. Qualcuno ha detto una volta che si deve scrivere soltanto di quello che si conosce a fondo, e nessuno può rubarmi la palma in quanto concerne le mie personali delusioni. Sono andato a votare, sabato scorso. Mi sono turato il naso, per la terza o quarta volta, e ci sono andato. E ho trovato più che mai desolante il gesto con cui infilai la scheda nella scatola di cartone, consapevole che sarebbe andato a finire nel marasma di una raccolta differenziata destinata al nulla più assoluto. Perché l’ho fatto? Forse perché sono arrivato tardi a questo rito virtuale della democrazia partecipativa. Forse perché ho votato per la prima volta nella mia vita quando di anni ne avevo più di trenta, dopo avere ottenuto la mia seconda cittadinanza (quando ancora si votava nel mio paese d’origine io non avevo l’età, quando l’ho avuta già non si votava più) e quando conservavo ancora tracce di un’istintiva fiducia verso quelli che proclamavano principi che assomigliavano ai miei. E sono diventato, lo ammetto, un’insoffribile rompiscatole nei confronti di quelli che, come me oggi, avanzavano dubbi sull’utilità o meno di un suffragio di circostanza, sempre più vuoto- a- perdere. La sbornia mi durò non più di due legislature, ed ebbe il suo colpo di grazia quando finalmente i nostri sono arrivati al potere. Nessuno può dubitare da quale parte pulsi il mio muscolo cardiaco, io almeno no ne  ho mai avuto dubbi. Ma dal governo D’Alema (ad esempio) ricordo poche cose, che non riuscirò mai a condonare. La sua guerra sacrosanta in Kossovo, il Decreto Salvabanche, la rapina immane perpetrata ai danni del popolo italiano tramite una legge votata una afosa serata di agosto (insieme a tutti gli altri partiti) con la quale mettevano mano, cambiando loro semplicemente il nome, a dei fondi che lo stesso popolo sovrano aveva deciso di non elargire più, (Sovvenzioni ai partiti = Rimborsi elettorali), la vergognosa vicenda del leader kurdo Oçalan, e una serie di altre mancate occasioni, per chiamarle con un eufemismo, che mi fecero sentire non soltanto tradito, ma perfino corresponsabile, perché era stato con il mio aiuto (il mio voto) che tali aberrazioni erano state portate a termine.
C’è qualcosa che si è perso per strada, come sostiene Saramago, in quelli ideali che una volta hanno fatto vibrare il mondo. Forse è lo stesso popolo della sinistra che ha smarrito la rotta, e girovaga ormai senza convinzioni, abbandonando qua e là brandelli di quei principi che furono una volta il collante fondamentale di una storia condivisa. Io, al di là delle facce che questi valori pretendono di rappresentare e che continuano invariabilmente a tradire,  continuo a crederci. Credo nei loro fini e nei loro principi. Continuerò a coltivarli e a condividerli con chi ne avrà voglia. E attendo, paziente, il giorno in cui una nuova generazione di compagni (sentite che bel suono, cum-panis = condividere il pane) seppellirà, forse con una risata epocale, dei figurini di cartapesta adatti  ad ogni scenografia televisiva. Come suggerisce Candide a Voltaire, alla fine delle sue peripezie: Avete parlato bene, ma ora è necessario cominciare a coltivare il nostro giardino.

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