Della stupidità del male – il caso Troccoli

“Riconosco di avere trattato in forma disumana i  miei nemici,ma senza odio, come  deve farlo un professionista  della violenza.”

Scommetto che non sono in molti a conoscere il Capitano Jorge Troccoli, da questa parte del mondo. Venne per la prima volta in Italia nel 1997, precisamente a Marina di Camerota, posto dal quale il suo bisnonno era salpato per raggiungere, a Montevideo, Giuseppe Garibaldi.
Nel 2002 gli viene rilasciato il passaporto italiano, e cinque anni più tardi, nel settembre del 2007, decide di fare ritorno nel salernitano, questa volta “per sempre”.
In un italiano approssimativo sostiene di avere voluto portare qui la sua famiglia inquanto “la situazione gli sembrava più decente”.

Ma chi è il soggetto in questione, cittadino italiano dal 2002, residente a Marina di Camerota, nel salernitano?
Si tratta un cittadino uruguayano, ora con passaporto italiano. IL suo nome,  Jorge Nestor Fernàndez Troccoli. Nato a Montevideo il 20 marzo del 1947, ed è uno dei 146 ex militari sudamericani cui oggi la Storia e la giustizia uruguaiana presentano il conto di un orrore contemporaneo chiamato “Plano Condor”. La macchina dello sterminio che, tra il 1976 e il 1983, fece sparire in Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, decine di migliaia di oppositori politici (30 mila nella sola Argentina) delle dittature militari del cosiddetto “cono Sud”.

Se lo ricorda bene Soledad Rossetti. Una donna -allora una bambina- che è stata salvata dall’orrore nel quale sono erano stati inghiottiti i suoi genitori, dal portiere di uno stabile, al 1494 di via Lavalle, a Buenos Aires.

E’ il 1977, Ileana Sara Maria Garcia Ramos de Rossetti, cittadina italiana, e suo marito Edmundo Sabino Rossetti Techera, italiano come lei e come lei nato a Montevideo, stanno accudendo la piccola Soledad, nata sette mesi prima. Sono studenti lavoratori e militano entrambi nei “Gau” (Grupos de acciòn unificada), la resistenza sindacale uruguayana repressa con violenza dalla dittatura militare. Sono riparati in Argentina da un mese perché qui ritengono di poter veder riconosciuta la loro domanda di asilo politico presentata alle Nazioni Unite. Quando bussano alla loro porta è troppo tardi. Degli uomini armati li picchiano selvaggiamente, li trascinano in strada. Strappano dalle loro mani Soledad.  Si abbandonano alla devastazione delle poche cose che sono nella casa, dove bivaccheranno nei due giorni successivi, come vuole la prassi della “ratonera”, la trappola per topi (attendere l’arrivo di qualche inconsapevole amico per fargli conoscere lo stesso destino).
La stessa violenza subiscono Yolanda Iris Casco Ghelpi e suo marito Julio Cesar D’Elia Pallares. Italo-uruguayani come loro. Come loro sindacalisti. Come loro rifugiati a Buenos Aires, in attesa di un bimbo che non vedranno mai, perché dato alla luce in un campo di detenzione e rubato da un alto papavero dei servizi militari. Scompaiono in quegli stessi giorni di vigilia del Natale 1977. Come anche Edgardo Borelli Cattaneo e Raul Gambaro Nunez. Italiani di Montevideo. Sindacalisti dei Gau. Ileana, Edmundo, Yolanda, Julio, Edgardo, Raul. Nessuno li vedrà mai più. Transitano nel centro di detenzione e tortura di Banfield. Poi, partono per “destinazione sconosciuta”.

Nel dicembre del 1977, Jorge Nestor Troccoli ha 30 anni e del bisnonno Pietro ha conservato due sole cose. Il cognome e un’uniforme da marinaio.

Perché lui non lavora in mare, ma a Montevideo, nelle segrete dell’unità SII, l’intelligence del Fusna, i “Fusileros Navales”, la marina militare Uruguayana. Ha il grado di tenente e, alla fine del 1977, è il responsabile degli interrogatori condotti da questa unità. Daniel Rey Piuma, all’epoca caporale diciannovenne, ha raccontato di quel buco nero: “Le torture venivano effettuate sia da uomini che da donne. Il mio compito era di prendere le impronte digitali dopo gli interrogatori. I detenuti, uomini e donne, venivano tenuti nudi, incappucciati e legati alla parete con del filo di ferro. Periodicamente arrivava un militare e li portava in una stanza speciale. Da quella stanza ho sentito provenire botte, urli, pianti. Ho visto le persone dopo gli interrogatori. Piangevano. Spesso avevano tutte le dita delle mani spezzate”. Alla fine degli interrogatori, ciò che separa la vita dalla morte è una sigla che accompagna ciascun nome. “Df” – disposicion final – significa un colpo alla nuca e la sepoltura in qualche fossa comune, coperti da calce viva.
La “destinazione sconosciuta” dei sei di Buenos Aires:  Ileana, Edmundo, Yolanda, Julio, Edgardo e Raul,  sono le segrete del Fusna. Gli “uffici” di Jorge Nestor Troccoli. Italiano come loro. Il loro destino è “Df”. Non sono i soli. Gli accordi che, il 25 novembre del 1975, sono stati stipulati in segreto in Cile tra le allora sette dittature militari del continente prevedono il sequestro clandestino, lo scambio, e l’eliminazione di massa di tutti gli oppositori politici, ovunque abbiano trovato rifugio nel continente. Il piano, come è stato detto si chiama “Condor”. Troccoli ne è uno delle centinaia di interpreti. Quando non è nel buco nero di Montevideo si trova a Buenos Aires, all’Esma, la scuola meccanica dell’Esercito, altra macelleria clandestina. Altro nodo della rete dell’orrore.

Italia 2009. Nel paese in cui il diritto d’asilo, le ragioni universali dell’accoglienza e la logica della convivenza civile vengono quotidianamente calpestati, nel paese dei respingimenti di massa, delle frontiere chiuse e dei: ”bisogna trattare male gli immigrati”,  il professionista della violenza, come lui stesso si definisce -della violenza senza odio, da lui impugnata come una scusante e che è alla base delle più ripugnanti delle miserie umane, quelle all’origine di tutti gli stermini vissuti nella storia dell’umanità- passeggia serenamente a Marina di Camerota, forte di una affermazione del ministro Alfano, il quale dichiara Troccoli “Non estradabile”, in quanto cittadino italiano a tutti gli effetti. –

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